Polisse – Personaggi piatti in un mélange tra vita pubblica e vita privata

Il pluripremiato film francese Polisse (premio della giuria a Cannes e 13 candidature ai César) segue come in una sorta di documentario le tipiche giornate dell’Unità di Protezione dell’Infanzia di Parigi attraverso gli occhi d’una fotografa incaricata di documentare le imprese della squadra (non a caso la fotografa é interpretata dalla regista stessa, Maiwenn).

Innanzitutto entrando in sala bisognerebbe essere coscienti del fatto che l’obbiettivo del film non è fare una riflessione sul tema dell’abuso dei minori, ma osservare la vita quotidiana lavorativa e privata dei membri di questa squadra.

Il problema principale del film é proprio questo: non fraintendetemi, sono spesso a favore quando in un film si da la precedenza allo sviluppo dei personaggi che alla storia stessa, ma i personaggi devono essere interessanti. Nemmeno uno di questi personaggi è riuscito ad intrigarmi, a suscitarmi un interesse particolare. Nessuno suscita un minimo mistero o una piccola contraddizione. Per più della metà del film lo spettatore assiste ai problemi personali dei personaggi (divorzi vari, battibecco in ufficio, eccetera). Sono tutti problemi già visti trattati allo stesso modo, oppure ancora meglio, in molte serie televisive.

Peccato, perché quando il film segue invece le vicende sugli abusi, le scene sono molto dirette anche senza farci vedere in sé nessun atto d’abuso. Gli atti sono sempre fuori campo e quando se ne parla lo si fa senza addolcire od esaltare nulla. Le scene dei verbali sono maledettamente realistiche e si crea una tensione che però svanisce subito la scena seguente con qualche chiacchierata superflua tra i poliziotti.

Tutto sommato, alla fine della proiezione si esce dalla sala delusi, con un finale deludente quanto le scene delle serate tra i colleghi. Il film non approfondisce nemmeno uno dei casi e si basa troppo sulle relazioni tra questi personaggi noiosi.

Patrick Giraudeau, 20 anni, impiegato di commercio

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