THE MASTER: UN BUON FILM DEVE SEMPRE DIRE TUTTO ?

The Master è una sorpresa. Curiosando nelle variegate recensioni disponibili riguardo al nuovo lungometraggio di Paul Thomas Anderson molti hanno parlato di un vero e proprio “viaggio” all’interno della psiche. Un viaggio delicato, misurato, un viaggio rispettoso e invadente quanto basta.

Il film racconta la vicenda di Freddie Quell, un marinaio reduce dalla seconda guerra mondiale imprigionato nell’alcoolismo e in una vera e propria prigione mentale. Una prigione misteriosa, i cui confini sono tutt’altro che distinti, una follia che di rado cammina a fianco alla realtà. Lancaster Dodd, dotto medico che predica un nuovo approccio e nuovi trattamenti per la medicina, accoglie nella sua corte, una pseudo-setta, una corrente di pensiero, (parleremo più tardi di Scientology) il giovane marinaio.

Partiamo da un aspetto puramente formale: questo film è un opera d’arte. I due interpreti principali, sempre al centro della scena, sono a dir poco monumentali. Joaquin Phoenix, curvo, gobbo, scavato e folle, imprigiona il personaggio in una sfera di follia e morbosità che mai si attenua nel corso della vicenda, anzi, sembra crescere, svilupparsi. Trovo raro scovare interpretazioni di tale grandezza e tale profondità, e mi sono anche sentito stupito nel riscoprire, ancora una volta in un’altra veste, completamente diversa dalle precedenti, questo attore. Dall’altro lato Philip Seymour Hoffman si mostra in costumi allettanti, pacifici, tesse una ragnatela di dolcezza e d’inganno intorno al film stesso e inevitabilmente attorno allo spettatore, provocando un sentimento di amore-odio, attrazione-rifiuto. Ed è proprio questo che trovo geniale nell’interpretazione di Hoffman: i sentimenti trasmessi allo spettatori si avvicinano in maniera quasi inquietanti ai sentimenti provati da Freddie Quell durante la cura.

Parlando invece del film nella sua forma “generale”, maestosa e opprimente si presenta la regia e la fotografia, accostata dalla colonna sonora a volte discreta e altre spregiudicata di John Greenwood. Alcune scene sembrano ripercorrere grandi classici della storia del cinema; a volte sembra facile riconoscere all’interno del mondo di The Master mondi che già abbiamo conosciuto e che inevitabilmente tornano alla memoria, ma in questa cornice di déjà-vu, silenzi e mistero vi è qualcosa di indefinito, d’inquietante, un sentimento di disperazione e di confusione che, a parer mio, è il punto di maggiore interesse del film.

Passiamo ora al contenuto di questo film; il riferimento alla storia della nascita di Scientology è ovvio, riconosciamo all’interno del lungometraggio molte tracce di quello che è lo scheletro di questa corrente, nata negli anni ’50, e quasi riconosciamo la figura di Ron Hubbard, il fondatore della setta, nel personaggio di Lancaster Dodd. Tuttavia, e qui riprendo in parte quanto detto da Dario Zonta de “La Stampa” il 3 gennaio 2013, “c’è qualcosa che va oltre la semplice ricostruzione storica in The Master, vi è un indagine ben più complessa e molto meno scientifica di quanto possa realmente essere una ricerca o una ricostruzione storica. È un vero e proprio viaggio, confuso e poco delineato, all’interno dell’altrettanto confusa e poco delineata ai nostri occhi psiche umana: tracciando una vaga linea storica, Anderson disegna un piccolo schizzo della follia e della mente umana”.

Questa particolarità, l’accostamento di due diverse indagini cinematografiche, potrebbe essere definita caratteristica dei film di Anderson: ricordiamo Il Petroliere, interminabile lungometraggio colmo di ombra, paura e rabbia; una ricostruzione storica che viaggia all’interno dei sentimenti umani.

Tuttavia, per quanto complesso e interessante possa essere questo film, c’è qualcosa di non concluso, qualcosa di fondamentale che in due ore di film riusciamo solo a scorgere dietro alla maestria di Anderson, è come una continua corsa a spirale intorno ad un centro impossibile da raggiungere, è come se il regista ci bombardasse di domande e di conseguenza noi stessi ci bombardassimo di domande, senza mai giungere ad un chiarimento, una conclusione.

Anderson ci propone un meraviglioso ritratto storico e sentimentale, indagatore e indagato, senza mai definirne il soggetto, il centro. Peccato, ma in fondo un buon film deve per forza di cose dire tutto?

Leo Pusterla, 17 anni, Liceo Lugano
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