“La Grande Bellezza” : Un film marxista

Cinq membres tessinois de la Tribune des Jeunes Cinéphiles sont allés voir le film de Paolo Sorrentino “La Grande Bellezza”. Ereinté à Cannes par les critiques institutionnels italiens, ce long métrage est examiné d’un oeil critique par nos chroniqueurs italophones.

LA_GRANDE_BELLEZZALa Grande Bellezza è un film il cui intento sembra essere quello di mostrare il ritmo frenetico della vita della classe alta romana.

I movimenti di camera rapidi, i repentini cambi di scena e la mancanza di una trama precisa gettano lo spettatore in uno stato confusionale che rispecchia l’ambiente dei festini presenti lungo tutto il film.

Protagonista unico del film è Jep Gambardella, uno scrittore sessantacinquenne che vive la sua vita come se non fosse mai invecchiato. La sua umanità è discutibile, ma è chiaro che dietro alla barriera della sua personalità si cela un lato emotivo notevole. Questo si presenta in situazioni critiche come al funerale del giovane amico Andrea o all’apprendimento della morte del suo primo amore giovanile.

A un certo punto della storia, Stefania, una donna che parla di sé come impegnata civilmente, ma le cui debolezze vengono portate alla luce da Jep in un monologo sensazionale, definisce Roma una città marxista, poiché nessuno è in grado di vivere la celebrità se non per un momento effimero. E marxista, allora, è la definizione migliore per questo film. Nel corso della trama si sussegue un numero altissimo di personaggi e di storie parallele collegate a Jep, un numero tale da far perdere il conto. Si tratta di personaggi minori, che poco dopo essere entrati in scena scompaiono senza più lasciar traccia, non portano e non sottraggono nulla alla “storia” principale. Tra questi ci sono Ramona, la bambina artista e le “Principesse”.

La Grande Bellezza è un film statico, poiché il personaggio principale non subisce dei mutamenti nel corso della narrazione. Proprio l’intervento di questo gran numero di personaggi e la presenza asfissiante delle feste dimostrano come Jep abbia già raggiunto l’apice della sua evoluzione in passato, e ora non può più andare avanti: incontrare delle persone per poi perderle di vista è ormai la sua routine, e lo spettatore si ritrova travolto dalla monotona frenesia della sua vita, anche grazie alla frequente interazione del protagonista con il pubblico, attraverso fasi dirette di racconto.

Solo alla fine, quando la Contessa Colonna di Reggio, un altro personaggio fugace, riscopre le sue origini e la storia della sua famiglia, e la direttrice del giornale per cui Jep lavora lo chiama Jeppino, si capisce come l’apparente stabilità della folle normalità dei personaggi faccia in realtà da scudo per un dissidio interiore e una tristezza lasciati dall’impossibilità di vivere sereni, circondati da pochi e fidati amici.

Riccardo Passarella, 20 anni, studente
Riccardo_Passarella

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