Festival de Locarno (3) / “Când se lasă seara peste Bucaresti sau metabolism” : il trionfo del vuoto

Deux habitués de l’antenne tessinoise de la TRIBUne des jeunes cinéphiles ont obtenu des accréditations au Festival de Locarno. Ils nous transmettent leurs impressions critiques au jour le jour.

Il film, che film effettivamente è, essendo girato su pellicola, ci introduce inizialmente al motivo per cui un regista, al giorno d’oggi, possa decidere di evitare il formato digitale, spiegando che l’analogico obbliga a porsi dei limiti e a essere più attenti. La pellicola, con i suoi granelli di polvere, i suoi graffi, i suoi colori coinvolgenti e i suoi forti contrasti è forse l’unico aspetto positivo di Când se lasă seara peste Bucaresti sau metabolism, l’unica caratteristica a dare alla sceneggiatura un po’ di personalità.

Strade di Bucarest, in mezzo alla notte. Due persone conducono un’automobile. Un regista vuole che un’attrice del suo film, nonché amante, giri una scena di nudo. Il giorno seguente, quando questo deve accadere, però, il regista si pente e cambia idea, evitando di andare al lavoro e fingendo una gastrite. Così si apre la storia e così si conclude, senza ulteriori sviluppi.

Le scene sono perlopiù girate in luoghi chiusi (un’automobile, un appartamento, un ristorante,…), con pochissime o nessuna comparsa. La macchina da presa èsempre su cavalletto e spesso immobile, raramente si può assistere a qualche panoramica. La sensazione è che ci si trovi all’esterno del tempo, isolati dal resto del mondo. È difficile che più di due personaggi alla volta interagiscano tra di loro e in generale i dialoghi sono quello che si potrebbe definire “small talk”, normalissime conversazioni su temi casuali che non portano nessuna evoluzione agli eventi del film. Un’altra caratteristica interessante dell’impostazione delle scene è la loro frequente somiglianza a quelle delle pièce teatrali: lo spettatore ha davanti ai suoi occhi una parete, il luogo è ben limitato (qui dalla staticità della macchina), l’arredamento è posizionato in modo da poter essere ben visto da ogni angolo e spesso i personaggi entrano da un’area laterale. Tuttavia, a differenza del teatro, manca completamente “la quarta dimensione”, come direbbe Mrs Lily Mortar in The Children’s Hour (Lillian Hellman, USA, 1934), ovvero non c’è nessun contatto tra la sala e i personaggi, che non hanno espressività; lo spettatore non riesce a percepirli in alcun modo, e non viene mossa alcuna emozione. Questo forse è il motivo della grossa dipartita di pubblico durante la proiezione al FEVI.

 Verso la fine ci viene mostrata anche un’endoscopia, su cui si era insistito un paio di volte in precedenza, in modo da farci conoscere l’interno di uno stomaco affetto da gastrite. Oltre a darci l’idea di come sia fatto un esofago, questo film ci spiega come possa funzionare un set (assicurazioni, rapporti tra i colleghi, discussione delle scene con gli attori, supporti,…), e se il regista avesse eliminato la parvenza di fiction intrinseca nella sua opera e avesse girato un documentario, il risultato sarebbe stato nettamente migliore e più appropriato.

Riccardo Passarella, 19 anni

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