Festival de Locarno (11) Tableau Noir, Yves Yersin – L’incapacità di accettare che i tempi cambiano (Concorso Internazionale)

Tableau_noir

Tableau Noir è un documentario in cui il regista segue per un anno intero le vicissitudini di una classe elementare in una scuola di montagna nel cantone di Neuchâtel. Protagonisti della vicenda sono gli allievi dell’istituto e il loro maestro.

Possiamo osservare la realtà rurale in cui si svolgono le riprese e ci viene offerto anche uno sguardo sul metodo di insegnamento empirico che si può mettere in pratica nelle scuole elementari, aiutando i bambini ad apprendere tramite, ad esempio, un utilizzo creativo delle mani per contare.

Assistendo alla vita scolastica della classe, veniamo anche mandati indietro nel tempo e possiamo ricordare le nostre difficoltà, o quelle altrui, nell’imparare cose che ormai sono ai nostri occhi fin troppo semplici.

Il documentario, quindi, vuole farci vedere l’importanza sociale di quella comunità, ribadendo più volte come essa sia il perno che tiene uniti i villaggi della montagna.

La possibile scomparsa dell’istituto è il filo conduttore e il movente del film. Il regista sembra voler denunciare questo pericolo come un evento malvagio. Per tutte le due ore di durata del documentario, vengono mostrate le attività svolte dai bambini, la loro amicizia, i loro litigi e si viene introdotti al sistema delle pluriclassi, dove i più grandi e i più piccoli sono riuniti in un’unica classe e si aiutano a vicenda quando possibile. Si accenna talvolta alla possibile chiusura della scuola, facendoci però vedere che la sua scomparsa viene combattuta da alcuni cittadini tramite un referendum. Dopo la notizia della bocciatura dell’iniziativa per mantenere aperto l’istituto, però, la vera natura del film è finalmente svelata. Sembra che lo scopo di Tableau Noir sia quello di farci sentire in colpa per quella decisione popolare e l’utilizzo dei bambini (allegri prima e piangenti dopo) è una mossa tanto geniale quanto meschina: pochi sono in grado di resistere loro. Per il resto, su un lato più tecnico, non ho trovato nulla di troppo emozionante: i suoni sono spesso fastidiosi, per via delle alte frequenze, le immagini mosse (ma questo non è un vero difetto), le inquadrature non eccessivamente suggestive e la divisione in capitoli è perlopiù superflua, visto che segue praticamente l’avanzare dell’anno scolastico.

La chiusura delle piccole scuole può sicuramente essere un malinconico fatto di cronaca locale, ma non è un dramma. La scomparsa di queste comunità, questa forzatura verso un esodo rurale, non sfalda le unità montane, bensì dà una possibilità di apertura e crea una rete più ampia d’interazioni sociali. Consideriamo il caso del Mendrisiotto. Gli abitanti del monte San Giorgio, della valle di Muggio e dei comuni in pianura hanno relazioni tra di loro, e nessuno è bloccato nella sua piccola area, proprio perché i bambini frequentano scuole che li raggruppano tutti insieme. Inoltre, il sistema delle pluriclassi è meno efficiente del classico sistema della divisione per età, poiché impedisce di concentrarsi a fondo sui problemi di un solo anno, con il rischio di non raggiungere lo stesso livello dei bambini educati con il metodo più tipico. Per queste ragioni ritengo sia sbagliato mantenere queste comunità a tutti i costi, soprattutto se sono composte da poco più di dieci bambini: sono più le spese per la società che gli effettivi vantaggi per gli allievi.

Riccardo Passarella, 19 anni

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