Festival de Locarno (7) Feuchtgebiete, David Wnendt – Il trionfo dell’hype mediatico (Concorso Internazionale)

Feuchtgebiete

Il film inizia in modo molto ironico, con un’introduzione che sconsiglia la trasposizione cinematografica del romanzo da cui Feuchtgebiete è tratto e l’illusione di mostrarci delle natiche come prima vera immagine. In questo modo, la pellicola si mette a nudo, dichiarando apertamente di trattarsi di un’opera molto ironica dove nessun argomento è affrontato in modo completamente serio. Questo diventa, quindi, il punto di forza del film. La sua capacità di discutere in modo fresco e divertente tematiche spesso ritenute tabù, come l’igiene personale o il sesso, è uno dei motivi per cui gli spettatori, soprattutto quelli più giovani, difficilmente guarderanno spesso l’orologio. Tutto questo, però, senza essere in nessun modo rivoluzionario.

Il film concentra tutta la sua attenzione su Helen, la protagonista, con una marcata focalizzazione interna. Tutto ciò che vediamo è ciò che la ragazza vede, ciò che sentiamo è ciò che lei sente. Il pubblico ha l’occasione di conoscere il personaggio molto a fondo e per tutta la durata dello sceneggiato, rendendo il rapporto che s’instaura più vero: proprio come nella vita reale, le persone si conoscono gradualmente. La comprensione del punto di vista di Helen è ovviamente facilitato anche dalla narrazione, che indirizza l’attenzione su eventi precisi, contestualizzandoli secondo le necessità della protagonista.

La struttura del film merita sicuramente diversi complimenti per gli aspetti citati in precedenza, ma anche per la “variatio” di temi affrontati e la qualità dell’intreccio. Assistiamo a spaccio di droga o rapporti sessuali celati sotto una rasatura intima alternati a flashback dell’infanzia di Helen e a momenti della sua vita particolare vita famigliare. Le scene sono ben collegate tra di loro, spesso è la musica a permetterci di ambientarci facilmente e a favorire una transizione non brusca, siano le tracce in antitesi o in analogia, a dipendenza della relazione tra le diverse parti. Un’altra caratteristica fondamentale è la forza emotiva che la pellicola porta con sé. In Feuchtgebiete il padrone è lo sconforto. Ogni azione, ogni legame tra le scene sembra essere studiato per non far sentire lo spettatore a suo agio. Solo verso la fine, quando i suoni di fondo toccano frequenze più basse e scopriamo cosa accadde in cucina, quel giorno in cui Toni continuava a piangere, ci sentiamo meno sconfortati e più comprensivi nei confronti di Helen, ma solo perché sappiamo quale sia la sua situazione attuale e a cosa sia dovuta. Si può, perciò affermare senza problemi che non c’è scena in cui manchi l’emozione, sia essa dovuta all’agire controverso, ai toni di colore irreali, alla coinvolgente fotografia o alle impercettibili vibrazioni della macchina, che ci fanno avvertire la soggettività e ci inseriscono nel film in prima persona.

La buona qualità del film, tuttavia, non lo inserisce tra le più grandi opere della cinematografia, rendendo di conseguenza inappropriata la forte attenzione dei media. La pellicola non è una novità e non è più trasgressiva di tanti altri film che parlano di simili argomenti. È solo uno tra tanti e dimostra come qualche scena pornografica basti a catturare l’occhio della stampa, confermando la bassezza raggiunta tanto dai media, quanto dalla società.

Riccardo Passarella, 19 anni

 

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