Festival de Locarno (8) Sangue, Pippo Delbono – Dimenticare il mondo (Concorso Internazionale)

Sangue

Giovanni Senzani, personaggio di spicco delle Brigate Rosse, mente e autore del rapimento e dell’esecuzione di Roberto Peci, esce dal carcere dopo averci passato 30 anni. Sua moglie, Anna, gravemente malata, aspetta questo giorno dalla sentenza in tribunale.
La madre di Pippo Delbono è malata pure lei. Pippo e Giovanni si conoscono e sono diventati amici. Le due donne muoiono a pochi giorni di distanza e Pippo Delbono si concentra su questo momento di vita.

Il regista unisce filmati dei racconti di Giovanni Senzani a dei discorsi tra i due amici, poi ad altri ancora, realizzati con un cellulare, della madre, a casa sua prima, mostrandoci il peggioramento delle sue condizioni, poi all’ospedale, morente, e infine deceduta.

Fino a che punto ci si può spingere? È lecito filmare tutto? Quali sono i limiti?
Non intendo essere moralista e sono sempre il primo a scagliarmi contro anche la più lieve ipocrisia, ma le immagini mostrate in Sangue pongono necessariamente questo tipo di domande.
Delbono si giustifica o, meglio, motiva questo filmare la madre in modo quasi morboso dicendo che la camera era per lui un’armatura, una difesa che lo aiutava a non soccombere al dolore che provava in quel momento. Mi affido alle sue parole e non oserei mai giudicarlo per questo suo comportamento.
Ma dal filmare al proiettare il passo è di una lunghezza non indifferente. Dall’usare la camera come terapia per se stessi allo strumentalizzare la sofferenza e la morte della propria madre c’è un abisso, e questo abisso è la distanza tra il tenere questo materiale in un cassetto e il renderlo pubblico, rendendolo un prodotto commerciale DA VENDERE.
Questa scelta fa trasparire anche una dose massiccia di egocentrismo e, soprattutto, di narcisismo.

Durante la breve presentazione del film, Delbono ha detto che per raccontare il mondo bisogna raccontare se stessi. A parte la prima e l’ultima sequenza, in cui viene mostrata L’Aquila, deserta e ancora devastata dal terremoto, sembrerebbe che Delbono si sia ricordato solo di se stesso e del fare un film. E il problema è dimenticarsi del mondo, come capita in Sangue, dove ogni scena in cui non compare Giovanni Senzani diventa un one-man show del regista, farcito di scelte di pessimo gusto. Solo per citarne due: filmare la madre sul letto d’ospedale, in condizioni terribili, che supplica di non essere filmata e Delbono stesso che, guidando, si filma da solo mentre piange. Fastidioso.

Giovanni Giovannoli, 18 anni

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