Festival de Locarno (18) Considerazioni finali

Piazza_Grande_2013

La 66esima edizione del festival ha avuto, come ogni anno, alti e bassi. La selezione dei film del concorso internazionale, a mio avviso, lasciava un po’ a desiderare. Non ho trovato nessun film che mi piacesse veramente. Non c’era nulla di troppo sperimentale, semplicemente non erano pellicole entusiasmanti. Tuttavia, questa è l’unica sezione che mi ha deluso.

I cineasti del presente, per quello che ho visto, sono stati interessanti come sempre, proponendo film particolari e con un senso, come ad esempio The special need (Carlo Zoratti), oppure The unity of all things (Daniel Schmidt, Alexander Carver) o ancora The Dirties (Matt Johnson). Ho avuto anche l’occasione di sbirciare tra gli “Open doors” e la “Semaine de la critique”, trovandovi dei lavori con un grande potenziale e che dovrebbero essere tenuti più in considerazione dal pubblico. Anche la piazza è stata un buon intrattenimento. Non ho visto nulla che non possa essere considerato un grande blockbuster e non piacere al pubblico. La selezione serale, infatti, ha attirato molti spettatori. Non saprei dire se ci sia stata più gente quest’anno o negli altri anni, posso solo dire che l’edizione del 2013 è stata quella in cui ho fatto più fatica a trovare un posto decente tra quelle sedioline gialle e nere.

La più grande delusione del festival, però, è stato il palmarès. I premi conferiti dalle giurie ufficiali sono stati, come da sempre, scandalosi. È un grosso errore dare il Pardo d’oro a un film vuoto e inconcludente di un regista che afferma di fregarsene del pubblico e un Pardo alla regia a un film pressoché pacchiano. Avranno avuto le loro ragioni, ma come spesso capita le giurie dei festival agiscono secondo criteri incomprensibili.

Per l’anno prossimo, Carlo Chatrian non dovrebbe concentrarsi su film che vogliono essere sperimentali, rivoluzionari, diversi, come il Pardo d’oro o Feuchtgebiete (David Wnendt), ma su film che lo sono veramente, film che non vengono presentati in questo modo dai registi, ma che parlano da soli (vedi la presentazione di Delbono riguarda a Sangue al Fevi…). Il suo primo anno è andato sicuramente molto bene, ma c’è ancora molto lavoro da fare e un grosso margine di miglioramento.

Per quel che mi riguarda, ritengo che il film migliore che abbia visto a questa edizione siano stati Tomogui (Shinji Aoyama), di cui mi ha colpito in particolare la stupenda fotografia, un tratto caratteristico di Aoyama che avevo già osservato due anni fa in Tokyo Koen, ma in generale la selezione di quest’anno non mi ha impressionato come quelle degli ultimi due anni in cui ho seguito il festival.

Riccardo Passarella, 19 anni

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