The Grand Budapest Hotel – Amore e Malinconia in simmetria

Yari_Carbonetti“Resta ancora qualche barlume di speranza in questo mattatoio che si chiama umanità…

 

The Grand Budapest Hotel è altro pacco regalo, infiocchettato direttamente da Wes Anderson (regista, sceneggiatore e produttore anche dei famosi The Royal Tenenbaums e Moonrise Kingdom), uscito nei cinema il 10 aprile. È un’altra delle sue storia di genuina amicizia e amore, a lottare, come sempre nelle opere del regista, contro la morte e l’egoismo. Questa volta, però, prende una piega ancor più malinconica con una narrazione « a matrioska ».

Un giovane autore senza nome (Jude Law) ci racconta di come ad una cena gli sia stata raccontata a sua volta la storia del misterioso personaggio di Zero Moustafa (F. Murray Abraham), il proprietario dell’enorme ma semideserto Grand Budapest Hotel, nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka, direttamente da quest’ultimo. Zero inizia il racconto spiegando come trentasei anni prima iniziò a lavorare per il Grand Budapest come facchino tutto-fare per l’allora eccentrico gestore dell’hotel Monsieur Gustave H. (Ralph Fiennes), e come la morte per cause misteriose di Madame D (Tilda Swinton), una delle tante amanti di Gustave, portò dei cambiamenti nelle vite di entrambi. Gustave, infatti, ricevette in eredità “Il ragazzo con mela”, un dipinto di inestimabile valore e bellezza. Da questo quadro e dalla relazione di amicizia e sesso tra egli e Madame D. (« Vado a letto con tutte le mie amiche » dirà Gustave al figlio di Madame D. in una delle scene più divertenti del film) nascerà l’ira del figlio della defunta, Dmitri (Adrien Brody).

Il cast, come ormai quasi sempre nei film del regista, è pieno di grandi nomi, ai quali sono ormai associate grandi (o quantomeno sempre soddisfacenti) prestazioni : da un eccellente eccentrico protagonista Ralph Fiennes, ad un ormai 75enne in forma smagliante Harvey Keitel, passando anche a Bill Murray e Jeff Goldblum, in ruoli secondari. Utilizzando volti noti, Wes Anderson riesce facilmente a rendere ogni personaggio peculiare ed unico, accentuando così un individualizzazione totale, dalle comparse ai protagonisti. Cosa c’è di più romantico e malinconico che ricordarci che ogni persona nella nostra vita, presente e passata, è unica?

Il meraviglioso hotel ha attorno un’aura surreale (quasi fatata) grazie anche alla colonna sonora (curata da Alexandre Desplat, il quale ha già lavorato per eccellenti registi come Terrence Malick in The Tree Of life e Roman Polanski in Carnage) ed è dove meglio riescono tutte le geometrie, simmetrie (che sono diventati ormai un must nel cinema di Wes Anderson) ed i giochi di colore, dove a dominare sono principalmente il rosso ed il viola, piuttosto accesi e caldi, in contrapposizione con i più tenui colori del resto delle ambientazioni. Non bisogna però assolutamente sottovalutare lo splendido lavoro di Milena Canonero (la quale lavorò ben tre volte con Stanley Kubrick in A Clockwork Orange, Barry Lyndon e Shining) ai costumi, tanto colorati quanto azzeccati in queste scenografie. Wes Anderson gioca anche con il formato dell’immagine, passando dal più comune 16:9 per il presente (quando Moustafa è a cena con il giovane scrittore siamo nel 1968) in contrapposizione alla storia narrata da Moustafa stesso (la quale è invece ambientata nel 1932), a voler rimarcare la grande differenza tra il passato ed il presente.

Ed è proprio per queste scelte registiche che sopra ho definito il nuovo film di Wes Anderson un pacco regalo infiocchettato : non sono solo i sentimenti puri, le storie giovanili o la malinconia far sembrare questo film (o meglio, forse l’intero cinema del regista statunitense) un regalo sotto l’albero di natale della nostra infanzia, ma anche (e soprattutto) la messa in scena simmetrica e colorata, a ricercare un controllo totale (fino all’ultimo oggetto o personaggio che sia) sullo schermo, e dalla regia Andersoniana per po meno di 2 ore tornando a sentirci bambini con, però, tutta la malinconia degli adulti.

Il Grand Budapest è un hotel nella nostra testa, nella nostra vita. È un hotel dove tanti arrivano, e molti se ne vanno, ma il ricordo di ciascuno di loro resta ospite a vita, anche se nella stanza più piccola e umile. È la magia della nostra immaginazione, l’unico luogo che niente e nessuno può portarci via : né una crisi economia (l’hotel è ormai deserto), né la malattia (un personaggio dopo un grande evento morirà, lasciando Moustafa solo con l’hotel ed i suoi ricordi). E Wes Anderson colora e riempie per noi questo meraviglioso luogo, invitandoci a curare sempre il nostro, di Grand Budapest Hotel, perché solo la malinconia tiene in vita il gioioso passato.”

Yari Carbonetti, Università della svizzera italiana, 22 anni

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