Festival de Locarno (1) EXIT, Chienn Hsiang: Fuga da una vita asfissiante (Cinéastes du présent)

L’antenne tessinoise de la TRIBUne des jeunes cinéphiles a obtenu des accréditations pour deux de ses membres au Festival du film de Locarno. Nous publions leurs impressions critiques sur ce blog. La première contribution porte sur le film chinois EXIT, présenté dans la compétition “Cinéastes du présent”

Exit

Ling è una donna di poco più di quarant’anni, la quale è entrata precocemente in menopausa; ma è anche una sarta che ha appena perso il lavoro, e una madre sola, che vede raramente la figlia e con la quale non ha un buon rapporto.

Ling percepisce la propria vita come monotona e vuota, e spesso si sente solo spettatrice di vite altrui (come quando osserva quella dell’amica al lavoro, o quella propria figlia con il fidanzato).

Continua così, giorno dopo giorno, fino a quando, Ling, dopo essere andata a trovare la suocera in ospedale, non decide di aiutare a bere un paziente immobile nel letto accanto che geme. Da quel giorno capisce Ling creerà un particolare legame con il paziente e proverà così ad uscire dalla propria infelicità, ma non sarà facile.

Exit è un interessante film sulla monotonia e la solitudine. Il titolo, Exit, rimanda all’allegoria che il regista ha creato, con la porta rotta dell’appartamento di Ling, e questa ne è al contempo difetto e pregio. Ne è un difetto, poiché l’allegoria di una porta che non si apre è, a mio parere, fin troppo banale, e tutto il film sembra giocare su questa figura retorica: per tutto il film si ha l’impressione di un’opera non particolarmente ispirata e fin troppo semplicistica (l’amica felice grazie al tango, la figlia felice col ragazzo…), e a dir la verità sembrerebbe che il regista non abbia troppo da dire, allungando troppo i tempi, ma al contempo non lasciando nemmeno troppo spazio ad un’ipotetica contemplazione dell’opera.

Nella sua semplicità, però, innegabilmente Exit è un’opera con un inizio ed una fine ben definiti, con una poetica ben visibile e masticabile per tutti: non è per nulla criptica, e quindi l’allegoria, benché banale, non può essere definita come solo difettosa. Il soffocamento di Ling nella propria vita, è (forse fin troppo) semplicemente mostrato dal regista, grazie a causa di una messinscena troppo significante, inquadrando Ling in spazi chiusi, piazzando la macchina da presa all’aperto ed inquadrando Ling nel chiuso.

Il grande pregio di Exit, però, si può vedere solamente nel finale, con un’immagine molto significativa, sempre giocando con l’allegoria della porta del proprio appartamento, quando il film guadagna una profondità degna di risollevarlo interamente, prendendo una piaga che nessuno si sarebbe aspettato.

Yari Grossi, Università di Milano, 22 anni

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