Festival de Locarno (11) PERFIDIA, Bonifacio Angius – Il grigiore di un’epoca che si fa nero (Concorso internazionale)

Perfidia

Angelo è un trentacinquenne sardo senza una fidanzata, senza un lavoro e senza particolari interessi. Vive ancora in casa dei genitori e passa le sue giornate al bar con gli amici, parlando di auto che non possiede, di donne con cui non esce e della ricerca di un lavoro che non gli passa nemmeno per la testa. Alla morte della madre, Angelo si avvicina al padre Peppino, il quale, in condizioni di salute non ottimali, capirà presto di dover aiutare il figlio a trovare un lavoro, prima di non avere più possibilità di badare a lui.

Il film, ambientato ai giorni nostri in Sardegna tra l’autunno e l’inverno, dà una sensazione di un’apatia disturbante fra i personaggi e tra i personaggi e l’ambiente, causata anche dalla scelta di una fotografia grigiastra, ma accentuata ancor più dalla recitazione del protagonista Antonio (Stefano Deffenu), il quale sembra non vivere, in costante distacco dal resto delle persone.

Pure la regia, molto sobria e quasi minimalista, non permettendosi quasi nessun movimento di macchina da presa, rinforza la sensazione di apatia trasmettendo perfettamente l’idea di un generazione grigia, persa tra una banalità quotidiana e l’altra, incapace di ritrovare la gioia di vivere o un obiettivo nella vita, al di là di quattro battute con gli amici. Ed in questa apatia generazionale nemmeno la religione può aiutare, perché quando Radio Maria è trasmessa in automobile, Peppino dice ad Antonio : “ascoltiamola solo per non pensare quando siamo soli”. Radio che, per altro, viene intervallata troppo spesso da notizie altrettanto grigie e deprimenti sulla situazione economica italiana. E quando un uomo perso vive nel grigiore, senza la più superficiale felicità economica, senza la fiducia in una religione, e senza nessun contatto umano davvero profondo, basta un nulla per far diventare questo grigiore un nero cupo da cui non uscire più. Perfidia è un film, più che riuscito, che riesce a dipingere bene l’atrocità di nascere in un determinato tempo, in un determinato luogo (sembra quasi mostrare un universo a sè, staccato dal resto del mondo), costringendo così i suoi personaggi a perdere il religioso « libero arbitrio », diventando dei semplici cloni di questa generazione, senza possibilità di redimersi, bensì, al contrario, con il solo rischio di cadere nella dannazione eterna.

Yari Grossi, 22 anni, Università di Milano

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