Festival de Locarno (18) CONSIDERAZIONI FINALI SULLA 67° EDIZIONE – Cinema come Arte

Venues

Un’altra grande edizione del festival del film di Locarno finisce qui, e così uno dei dieci più importanti festival di cinema a livello mondiale. Uno dei pochi momenti all’anno in cui si può vedere sul grande schermo un’arte pura, senza limitazioni dovute ad obblighi verso il botteghino, senza troppe influenze dei produttori, senza obblighi di ritmo, o velocità, per lo spettatore « casuale ».

Una vera arte senza limiti che si manifesta in un concorso dove vince un film di 5 ore e 38 minuti, il quale non finirà purtroppo mai nei nostri cinema. Quindi arte, e non più mero intrattenimento.

A Locarno ci si può buttare su registi già famosi e vedere così il loro ultimo lavoro (Lav Diaz e Pedro Costa sono forse i registi più importanti che quest’anno hanno presentato la loro ultima -ed incredibile – opera), oppure su registi verso i quali il pubblico internazionale ha puntato i riflettori (come il regista indipendente statunitense Potrykus), oppure ancora, buttarsi sui grandi registi del passato (quest’anno una grande retrospettiva sulla casa di produzione Titanus, anche se personalmente trovo che ad un festival sia meglio dare più importanza a titoli che non si vedranno altrove, a differenza dei grandi classici del passato, reperibili quasi ovunque, tra internet e videoteche). Ovviamente anche buttarsi « a naso » può portare a belle scoperte, nuovi registi (emergenti o meno), che tentano anche nuovi metodi di linguaggio cinematografico (e qui va detto: la sezione Signs of Life, dedicata a Werner Herzog, è una vera manna dal cielo). Ed è per questo motivo che, a livello artistico ed intellettuale, questo festival è così importante.

Ed in un grande ed importante festival del cinema come questo di Locarno, forse la prima nota stonata potrebbe essere stata la mancanza di sottotitoli ad un minimo numero di film, seppur di grandi nomi, come quelli di Godard con Adieu Au Langage o Straub con Kommunisten, per il quale allo spettatore viene data, all’entrata in sala, una sorta di « script » dei dialoghi tradotti provvisoriamente in inglese, da leggere prima dell’inizio del film: è qualcosa di davvero sensato portare un film (seppur di un regista del calibro di Straub) con i sottotitoli da « ricordare » prima del film? Difficile rispondere, visto che registi di un certo valore fanno sempre gola, anche in assenza di traduzione… La seconda ed ultima nota stonata potrebbe essere il poco equilibrato ritmo dei principali concorsi: i primi giorni sono sembrati fin troppo diluiti, da questo punto di vista, rispetto a quelli conclusivi, quando è stato più faticoso organizzare tutti i film più importanti. Ci si potrebbe chiedere, inoltre, se l’assenza di Roman Polanski possa davvero diventare un « precedente », e far perdere importanza al festival di Locarno; o addirittura dare l’idea al popolo ticinese di essere in diritto di creare bufere sul nulla, e di essere legittimati nel decidere quale grande artista può o non può essere invitato al festival. Personalmente ho grande paura della chiusura mentale del popolo ticinese, ma resto dell’idea che il grande passato del festival renderà difficile mettere in dubbio il proprio valore, ma che al contempo è importante limitare sempre di più queste polemiche completamente inutili, che con l’arte non hanno nulla a che fare.

Yari Grossi, 22 anni, Università di Milano

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