BOYHOOD, di Richard Linklater – IL TEMPO DEL DISINCANTO

Corre l’anno 2002: il regista statunitense Richard Linklater forma il cast di Boyhood e da allora fino a poco tempo fa il gruppo si incontra per pochi giorni tutti gli anni per mettere in scena il film e documentare il trascorrere del tempo.
Il film ci accompagna attraverso la storia di un’adolescenza, quella del protagonista, Mason. Lo incontriamo all’età di otto anni: Mason è un bambino e, che come tale, vive nell’innocenza, convinto della magia e inconsapevole del mondo reale. Col passare del tempo egli perde quest’illusione, si disincanta, e allo stesso tempo acquista una consapevolezza del mondo, purtroppo o per fortuna, indispensabile per viverci.
Il regista ci mostra, inoltre, tutto ciò che aleggia attorno a questa crescita: la famiglia di Mason che, come lui, si forma e si deforma col tempo.
Un giovane padre intenzionato a essere una figura positiva, ma forse ancora troppo immaturo per adempiere ai suoi obblighi. Col tempo riesce a diventare un ottimo padre di famiglia, rinunciando, però, a quella libertà quasi infantile che ci attrae sin dall’inizio del film.
La madre, con i suoi alti e bassi, cerca di trovare un equilibrio attraverso matrimoni falliti e continui traslochi, sempre, però, attenta alla cura e alla protezione dei figli. Mentre questi crescono e pian piano lasciano la casa materna, la madre raggiunge un equilibrio.
La sorella, di pochi anni più grande di Mason, affronta anche lei il difficile periodo dell’adolescenza. Crescendo ella perde quei toni irruenti e sinceri per diventare meno loquace e più consapevole del peso delle parole.
Il tempo, dodici anni, ha un’importanza fondamentale nel film, sebbene in modo inaspettato. Gli avvenimenti storici passano accanto alla storia narrata, fanno da sottofondo: la Storia (la guerra, le elezioni, la tecnologia) come la colonna sonora, che passa dai Coldplay di “Yellow” al Gotye di “Somebody that I used to know”, hanno lo scopo di dare allo spettatore un appiglio temporale, ma non hanno spessore nello sviluppo dei personaggi. Essi sono solo sfiorati dagli eventi.
Sono, però, gli eventi di vita quotidiana a incidere sulla crescita dei personaggi: nessun colpo di scena, nessuna grande tragedia, sono sporadici i momenti di grande tristezza e di grande gioia, ma sono i momenti semplici e reali, essenziali e superflui allo stesso tempo, costruititi dalle cose a noi vicine, a definire i personaggi come persone.
A tale scopo la storia ci viene narrata attraverso spezzoni della vita di Mason, passando da un anno all’altro con naturalezza e fluidità, quasi come se non ci fossero salti temporali, come per suggerirci che la crescita è una costante immutabile e imprescindibile.
Linklater, in questo film, decide di sottomettersi al tempo: lascia a lui la trasformazione dei suoi personaggi e li mostra senza trucchi o illusioni, proprio come il tempo glieli concede. Per questo il realismo di questo film è disarmante, quasi documentaristico nel suo mostrarci cose semplici, nel suo non nascondere la verità di ciò che sta fuori dal film e nel denudare l’attore di fronte all’avanzare indissolubile del tempo.
Boyhood è il film dell’adolescenza: quel processo di crescita individuale segnato da perdite e acquisizioni, disincanti e consapevolezze.

Laura Monte

laura

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