BOYHOOD, di Richard Linklater – Regista in manette: “Plagio, quella è la mia vita!”

BoyHood non racconta le gesta di un eroe, di un artista o di uno sportivo. Non è un film di fantascienza. Non è un film d’azione sulla falsa riga del classico “Rambo”, e non è neanche la solita commedia “american-friendly” nella quale sappiamo dal principio che non mancheranno lacrime, baci sofferti e pioggia. BoyHood non è neanche un film impegnato di critica sociale e di condanna verso certi valori o certe morali.
Probabilmente è molto più di tutto questo.
BoyHood racconta la nostra ennesima caduta in bicicletta perché avevamo appena tolto le rotelline stabilizzatrici. BoyHood narra di quel giorno uggioso, quando stavamo giocando alla PlayStation e nostra madre ci diceva di smettere e di spegnere intanto che lei riordinava la nostra camera in disordine. Descrive quel giorno quando ci siamo innamorati della nostra compagna (o compagno, giustamente) di classe. Parla di noi, di te, di me, di tua madre e anche del vicino di casa.
BoyHood non ha la pretesa di fare uscire lo spettatore in lacrime dalla sala cinematografica, tantomeno terrorizzato o esaltato. BoyHood è semplicemente lo specchio di una generazione, quella di Mason (classe ’94, ovvero l’età di Ellar Coltrane, l’attore che lo interpreta) ma al contempo è anche lo specchio delle generazione dei genitori del protagonista. È uno specchio ammaliante che non può non far tornare alla mente la nostra stessa vita.
L’Opera di Richard Linklater è un diario che è stato scritto e, in fondo, è ancora in fase di scrittura. È un’Opera che racconta quello che ognuno di noi non ha notato durante il proprio frenetico correre verso il futuro e che attraverso questa pellicola può rivivere, come se stesse sfogliando l’album fotografico di famiglia.
È un’alternativa. Una Possibilità. Una tra le migliaia d’opzioni di quella che sarebbe potuta divenire la nostra esistenza. Eppure è così vicina e familiare che quasi quasi denuncio il regista per avermi rubato la vita.

Sebastiano Pestoni

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