Mia Madre di Nanni Moretti

575309Nanni Moretti: lo splendido sessantenne

Margherita (Margherita Buy) è una regista in crisi. Suo fratello Giovanni (Nanni Moretti) è un architetto in crisi. Come se non bastasse, la loro madre Ada (Giulia Lazzarini) sta morendo. “Mia Madre”, l’ultimo film di Nanni Moretti, ci parla quindi di un dramma borghese. La pellicola nasce in seguito alla morte della madre del regista, e risulta per questo motivo essere abbastanza autobiografica e personale (il personaggio interpretato da Margherita Buy dovrebbe infatti rappresentare Moretti stesso).
Quest’opera appartiene a quella parte del cinema di Moretti più rivolto verso l’interno, verso sé stesso, anziché di quella più rivolta verso l’esterno e il sociale (come per esempio “Palombella Rossa”, che ragionava sulla crisi di valori, sullo smarrimento e sulla frammentazione del Partito Comunista Italiano, o “Il Caimano”, che narrava le gesta di Silvio Berlusconi e gli effetti che quest’ultime hanno avuto sulla società, oppure il più recente “Habemus Papam”, che, seppur avendo qualche difetto, spiegava in modo efficace lo smarrimento spirituale della Chiesa). Più che autobiografico dunque, definirei questo film introspettivo e intimista (come i suoi primi e autoironici lavori “Io sono un Autarchico” ed “Ecce Bombo”, oppure “Caro Diario” oppure ancora “La stanza del figlio”). Anche in “Mia Madre” lo smarrimento è onnipresente, un po’ in tutti i personaggi, ma in modo più marcato ed evidente in Margherita, che è visibilmente impotente e sopraffatta dagli eventi (in particolare dall’imminente morte della madre): litiga con tutti sul set, piange, è in preda a crisi nevrotiche, ha un rapporto superficiale con la figlia, con la quale non parla molto e della quale non è riuscita a percepire il turbamento. Del resto lo dichiara lei stessa, nella scena della conferenza stampa, (scena, tra l’altro, caratterizzata da un bel montaggio alternato tra la sala stampa ed un dialogo tra lei, il fratello, e la madre), quando le chiedono, secondo lei, quale sia il ruolo del cinema: “Non riesco più ad interpretare la realtà, non ci capisco più niente.”
In questa pellicola il montaggio gioca sicuramente un ruolo fondamentale: riesce infatti a confonderci, a sfasare e intersecare i vari piani temporali, a lavorare tra sogno e realtà, conducendoci in viaggi (deliri) onirici (la scena della fila davanti al cinema, quella della madre che guida, quella della madre in strada…) e facendo emergere il surrealismo morettiano, quello che con poco riesce a creare il surreale, come Luis Buñuel. Un altro importante discorso che Moretti porta avanti nei suoi lavori (e anche in questo) è quello del metacinema, ovvero, del cinema che parla di cinema, del cinema che racconta di “fare un film” (come “Effetto Notte” di Truffaut, per intenderci), del cinema che, tramite citazioni e riferimenti, parla di sé stesso. Tutto ciò è evidente sin dall’inizio: la protagonista è una regista, gran parte del film si svolge su un set, John Turturro (molto bravo nell’interpretare un attore estremamente divertente, sopra le righe, e a tratti grottesco) cita il celebre piano sequenza iniziale de “L’Infernale Quinlan” di Orson Welles e vari registi italiani del passato come Fellini, Antonioni e Petri.
Il finale, oltre ad essere commovente (grazie anche a una struggente colonna sonora), è interessante, perché il regista non ci mostra il funerale della madre, bensì come lui stesso vuole ricordarla: una donna che con dignità si guarda allo specchio, si veste e si prepara a morire, una donna buona ed affettuosa, amata dai suoi ex allievi, ai quali “non ha insegnato solo le varie materie, anche la vita”.
L’unica cosa che non mi ha convinto è il personaggio di Margherita Buy (che, come detto dovrebbe essere Nanni Moretti stesso), non perché non sia brava, semplicemente perché il regista, a mio modo di vedere, non l’ha gestita e non l’ha sempre fatta recitare in modo efficace, nel senso che non risulta essere credibilmente antipatica e scorbutica come dovrebbe. Ho apprezzato molto l’autocritica, l’autoironia e l’onesta intellettuale di Nanni Moretti, il problema è che a volte, come nelle scene sul set, la fa urlare e litigare, poi però la presenta affabile e dolce quando parla con il fratello, con la madre, con la figlia o con la commessa, quando in realtà le persone intorno a lei dovrebbero “prenderla a piccole dosi ed evitarla”.
Il film termina con una frase ad impatto, Margherita chiede alla madre pensierosa: “Mamma, a cosa pensi?” Lei risponde. “A domani”. Un domani che forse per lei non è mai arrivato, o comunque, se “domani” è da intendersi come futuro, è un futuro che per lei ormai non esiste più. Il regista (che ormai non è più il Nanni Rosso degli inizi, e che con quest’opera potrebbe anche aver portato a termine il suo percorso intimista ed introspettivo) invece ci pensa eccome al futuro, e forse ne è anche spaventato. Fatti forza, Nanni, d’altronde “Chi non combatte ha già perso”, e tu sei uno splendido sessantenne.

Raji Molo, 22 anni, Università della Svizzera italiana

Raji Molo

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