Echos de Locarno (3) / Fight Club, di David Fincher : perché non ebbe un gran successo quando uscì nelle sale ?

Fight_Club

Dal momento che Fight Club (1999) di David Fincher è un film noto praticamente a tutti, e del quale, di conseguenza, è già stato scritto molto, non mi addentrerò in un’analisi classica e scolastica, ma cercherò di spiegare perché, secondo me – partendo anche da uno spunto datoci da Edward Norton in persona prima della proiezione della pellicola – questa grande opera, quando a suo tempo uscì nelle sale, ottenne un’accoglienza contrastante (ma per la maggior parte abbastanza fredda) da parte di pubblico e critica.

Edward Norton e il direttore artistico del nostro festival Carlo Chatrian, sostengono che la causa principale di questa iniziale “diffidenza” (dico iniziale perché il film ebbe poi un grande successo in home video e divenne un vero cult) nei confronti della pellicola, sta nel fatto che sia un lavoro che sfida spesso e volentieri lo spettatore, disorientandolo di proposito e, in alcuni casi, prendendolo quasi in giro (per esempio quando gli attori, guardando in macchina, si rivolgono direttamente al pubblico). Si tratta quindi di uno di quei film non facili, non classico, lineare e con personaggi facilmente inquadrabili, che hanno bisogno di un po’ di tempo per sedimentare nelle menti delle persone per poter essere apprezzati.

Su questo sono d’accordo, ma credo ci sia anche un’altra spiegazione. Fino agli ultimi venti minuti circa (nonostante i vari dialoghi ironici e scritti benissimo, i personaggi interessantissimi perché imprevedibili e ricchi di sfaccettature e le scene montate da Dio che ci trasportano da un piano temporale all’altro, riescano ad incuriosire e ad intrattenere), ci si potrebbe infatti perdere, ma poi lo spettatore viene preso per mano e il tutto viene spiegato in modo esaustivo: si scopre che i personaggi interpretati da Brad Pitt ed Edward Norton sono la stessa persona, Tyler Durden, che, in seguito ad una specie di crisi emotiva, ha scisso la propria personalità, creando un alter-ego per cambiare la sua vita, per sentirsi più vivo, libero, per diventare ciò che avrebbe sempre sognato di essere, e per fare una rivoluzione. Qui, però, si parla di rivoluzione sociale, non cinematografica (la pellicola non è eccessivamente surrealista e, ad ogni modo, le riposte alla fine vengono date), Tyler Durden crea infatti il “progetto Mayhem” e raduna un’armata per far saltare in aria le varie società di carte di credito, per ripartire da zero distruggendo tutto ciò che rappresenta la corrotta finanza e lo status quo, in pratica. A mio modo di vedere, quindi, è proprio questa idea che sta alla base del film, questa critica al consumismo e al sistema americano dell’epoca (ma pertinentissimo anche per quello attuale), questa voglia di libertà, uguaglianza e caos, questo “punto zero”, dove nessuno ha più niente e dove tutti sono posti sullo stesso piano ad aver spaventato una parte del pubblico: è un’idea di comunismo, o perlomeno, di sinistra, che il tipico spettatore americano repubblicano non potrebbe mai accettare. Alla violenza fisica e visiva che traspare dai combattimenti del Fight Club, dunque, ne viene accostata un’altra, forse ancora più feroce, ma sicuramente più sottile.

Si vede che il film è uscito “in un momento molto strano della nostra storia” che purtroppo non è ancora finito, perché le disuguaglianze sociali continuano ad esserci , i ricchi si arricchiscono sempre di più a scapito dei poveri e, finché la società in cui viviamo ci costringerà ad essere così legati (ed attaccati) ai soldi e ai beni materiali, avremo una vita piatta e non saremo mai davvero liberi e felici, proprio come Tyler Durden prima di creare il suo alter-ego.

Raji Molo, 22 anni, Università della Svizzera Italiana
Raji_Molo

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