Echos de Locarno (7) – Cosmos: il ritorno epico di Andrzej Zulawski

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L’incontro all’Auditorium Fevi con Andrzej Zulawski, giunto per presentare il suo ultimo lavoro in concorso al 68° Festival di Locarno, mi ha fatto capire che, oltre ad essere un grande artista, è anche una grande persona, perché arrivare a emozionarsi a tal punto da mettersi a piangere per la calorosa accoglienza del pubblico, è segno di umiltà e di sensibilità.

Il regista polacco ritorna al cinema dopo un silenzio di quindici anni, e lo fa adattando Cosmos di Witold Gombrowicz, impresa già di base ardua, resa ancora più complessa dal fatto che Cosmos, etichettato come “thriller metafisico”, è considerato da molti una delle opere più complesse di uno degli scrittori polacchi più importanti del Novecento. Ma Zulawski accetta la sfida e non delude, perché realizza un film che, seppur criptico, bizzarro ed enigmatico, trasmette delle belle sensazioni, diverte e, attraverso l’ironia, ci fa fare riflessioni di alto profilo su temi come l’amore, la perversione, e la vita stessa.

La pellicola narra la storia di due ragazzi in cerca di un po’ di pace e di solitudine che se ne vanno in campagna in una casa abitata da una famiglia, dove passeri e polli sono impiccati, la televisione trasmette incessantemente immagini di guerra, si urla a squarciagola, si parla spesso e volentieri per giochi di parole e per citazioni (letterarie e cinematografiche, richiamandosi ad artisti come Pasolini, Dante e Stendhal), dove si possono anche trovare formiche e lumache nel piatto. Insomma, sembra di essere entrati in un altro mondo o in una dimensione parallela dove tutto può succedere, una dimensione che ricorda molto quella de L’Angelo Sterminatore di Buñuel.

Nonostante le dichiarazioni di Zulawski di non voler più trattare con “personaggi pervertiti e materiale ripugnante” come nei suoi altri film, in Cosmos tutto questo c’è, ma è affrontato in modo ironico e con più leggerezza del solito, seppur con un po’ di follia. Il delirio imperversa in una messa in scena violenta, caratterizzata da vari primi piani dei personaggi con gli occhi sbarrati, da numerose soggettive improvvise che sconvolgono il flusso delle immagini e da lunghe carrellate durante le quali la macchina da presa sembra volersi scontrare fisicamente e metafisicamente con gli attori.

La follia dell’opera traspare anche dai dialoghi, dalla recitazione degli attori e dai personaggi stessi, in particolare dalla paranoia e dalla perversione di Witold, il protagonista, per il quale repulsione e seduzione sono la stessa cosa: l’uomo è attratto e ossessionato dalla bella Lena così come dalla sfregiata Catherette.

Se in altri suoi lavori come L’importante è amare e Possession, venivano affrontate tematiche come il triangolo amoroso, la follia e la perversione, e il tutto era condito con “materiale ripugnante” e con uno stile sporco e oscuro, in Cosmos, Zulawski sembra ripercorrere mentalmente il suo stesso cinema e superarlo, costruendo un teatro dell’assurdo in cui è riscontrabile tutta la sua poetica che arriverà addirittura ad interrogarsi sulla sua stessa narrazione, chiedendosi come finire il film, come fosse un racconto interattivo. Il regista ci proporrà infatti due finali, in montaggio alternato, e, per essere coerente con il surreale (e giocoso) tono generale dell’opera, inserendo il backstage e i bloopers sui titoli di coda: siamo di fronte ad un ritorno e ad un film epocale, poiché Zulawski riesce in un’impresa quasi impossibile, quella di tradurre per il cinema un libro apparentemente intraducibile.

Raji Molo, 21 anni, Università della Svizzera Italiana

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