Echos de Locarno (10) – No Home Movie di Chantal Akerman : No Home Movie o No Cinema?

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Presentato a Locarno per il concorso internazionale, l’ultimo lavoro di Chantal Akerman, No Home Movie, è un documentario su sua madre morta poco dopo le riprese. Forse lo scopo della regista è di esorcizzare questa morte e prepararsi al lutto.

La pellicola inizia con un’inquadratura fissa di un albero del deserto scosso da un forte e costante vento. Dura più di un minuto. L’albero sembra rappresentare la madre, donna arrivata in Belgio in fuga dalla Polonia e dagli orrori della guerra, una combattente che però, a poco a poco, si sta spegnendo.

Quasi tutto il film è costituito da inquadrature fisse che ci mostrano i dialoghi via Skype tra madre e figlia e la realtà domestica di una donna anziana ormai confinata in casa per problemi di salute. Chantal Akerman e sua madre parlano di ricordi d’infanzia, del rapporto con la cultura ebraica d’origine, della diaspora, dell’Olocausto e dell’approdo al Belgio. Durante questi dialoghi la regista non si mostra mai al pubblico. L’inquadratura è fissa sulla madre e non prevede il controcampo, così che percepiamo l’amore figliale sul volto materno.

Un’opera girata prevalentemente in interni, anche se saltuariamente fa uso di lunghe ed estenuanti riprese di canyon, paesaggi montuosi, e prati, realizzate durante viaggi in automobile, facendoci uscire dalla claustrofobica routine domestica. I grandi spazi sembrano voler rappresentare metaforicamente il decadimento della salute dell’anziana signora, nonché il suo viaggio verso la morte, verso il vuoto. Ed è anche nei momenti morti dati dai vari fuoricampo (per esempio, se la mamma si alza un attimo, nell’inquadratura rimane la sedia vuota finché non ritorna) e nella povertà della comunicazione via rete tra madre e figlia che No Home Movie ci trasmette questo senso di assenza, di vuoto, appunto.
Durante la visione molti spettatori se ne sono andati, a mio avviso perché spazientiti e disturbati da questi momenti morti e da queste “pause”, cosa che, oltre ad avermi lasciato perplesso, mi sembra anche una mancanza di rispetto, visto il privato e l’intimità che l’artista belga ha messo in scena.

A mio avviso è proprio questa intimità a essere il punto forte del film, del quale però non ho una vera e propria opinione, in quanto il suo linguaggio – che sembrerebbe voler annullare la grammatica cinematografica – facendo pesare l’esistenza del tempo tramite i fuoricampo e le estenuanti riprese dei grandi spazi, come detto, disorienta e trasmette un sentimento di vuoto. Non è facile prendere posizione riguardo a un lavoro che consiste, in definitiva, in un susseguirsi di dialoghi spontanei alternati a momenti morti e a immagini che potrebbero essere interpretate ma che probabilmente sono fini a sé stesse: se veramente, come disse Alfred Hitchcock, “il cinema è un’intensificazione della vita, è la vita senza i tempi morti”, questa pellicola, anziché No Home Movie, doveva intitolarsi No Cinema. Non sono rimasto frustrato dalla visione, ma purtroppo, per me, i vari interstizi non sono stati molto rivelatori e forse, anche il mio giudizio è rimasto fuoricampo.

Raji Molo, 21 anni, Università della Svizzera Italiana

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