Echos de Locarno (17) – Considerazioni finali sulla 68esima edizione del Festival del Film di Locarno

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Un’altra grande edizione del Festival del Film di Locarno finisce. Se nelle scorse edizioni mi limitavo ad assistere a proiezioni ben precise, di cui conoscevo già il regista e dalle quali sapevo già più o meno cosa aspettarmi, in questi dieci giorni ho avuto modo di sperimentare e di farmi sorprendere, arricchendo ulteriormente il mio bagaglio culturale cinematografico.
Come sempre, il punto forte del nostro festival resta riuscire a indirizzarsi a qualsiasi tipo di pubblico: dal cinefilo incallito, allo spettatore medio, fino alla famiglia che vuole passare una piacevole serata in Piazza Grande. Questo perché offre un programma molto variegato, che spazia da pellicole più di intrattenimento e rivolte al grande pubblico, a film più di nicchia, sperimentali, e attenti al fattore artistico. Ed è proprio l’arte a giocare un ruolo importante al Festival di Locarno, che rappresenta infatti uno dei pochi momenti all’anno in cui si può vedere sul grande schermo un tipo di cinema senza limitazioni dovute a obblighi verso il botteghino, senza troppe influenze dei distributori, senza obblighi di ritmo, velocità o tematiche: un’arte pura, che purtroppo, per la maggior parte, non metterà mai piede in un multisala.
Bisogna inoltre segnalare un’altra qualità del festival ticinese: la sua audacia. Il suo coraggio, la sua lungimiranza e la sua costante ricerca di nuovi talenti emergenti (sia a livello locale che a livello internazionale) sono infatti da apprezzare e da lodare.
Locarno, si sa, è la sede di uno dei dieci più importanti festival di cinema a livello mondiale, e i prestigiosi ospiti che quest’anno sono giunti da noi per conversare con il pubblico – Edward Norton, Michael Cimino, Andy Garcia, Walter Murch, Udo Kier e Marco Bellocchio – ne sono la conferma.
Il prestigio, però, non è mancato nemmeno nella colossale retrospettiva dedicata a un artista del calibro di Sam Peckinpah, e nel concorso internazionale, competizione nella quale hanno presentato i loro ultimi lavori registi come Pietro Marcello, Andrzej Zulawski, Ryusuke Hamaguchi, Chantal Akerman, Sergio Oksman, Ben Rivers, Hong Sang-soo e molti altri. Ed è proprio il regista sudcoreano, con il suo ultimo film Jigeumeun matgo geuttaeneun teullida (Right Now, Wrong Then), ad avere vinto il Pardo d’oro, scelta che, assieme al Pardo per la migliore regia a Zulawski per Cosmos, condivido pienamente. Personalmente, avrei però dato una menzione speciale alla fotografia di Bella e Perduta, che ritengo davvero magnifica.
L’unico rammarico è di non aver visto, all’apertura, Jonathan Demme e Meryl Streep, che non sono potuti venire perché hanno dovuto dare la precedenza alla promozione americana di Ricki and The Flash. Per il resto, però, è stata un’esperienza davvero indimenticabile.

Raji Molo, 22 anni, Università della Svizzera Italiana

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