Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio – I FRAMMENTI DI DUE EPOCHE

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Sangue del mio sangue è il titolo della recente pellicola di Marco Bellocchio.
La trama del film risulta complicata da riassumere, in quanto racconta in maniera molto particolare l’intreccio di numerosi avvenimenti. Il lungometraggio è diviso in due parti, in entrambe vengono mostrati i fatti avvenuti nel paese italiano di Bobbio, dapprima in epoca seicentesca, poi in quella moderna. Le prime scene ci mostrano la vicenda di Benedetta, una giovane accusata di aver portato al suicidio Fabrizio, un monaco. Così il fratello del defunto, Federico Mai, decide di recarsi presso il monastero in cui è rinchiusa la ragazza per riabilitare la memoria del fratello. Durante il soggiorno di Federico, i monaci sottopongono Benedetta a terribili torture, al fine di ottenere da essa una confessione, ma non raggiungendo tale obbiettivo. La giovane viene murata viva davanti allo sguardo di tutti, compreso Federico, che, nonostante fosse a sua volta stato sedotto dalla ragazza, non fa nulla per liberarla. La seconda parte del film ci mostra Bobbio ai giorni nostri, ora il monastero, apparentemente disabitato, vorrebbe essere acquistato da un miliardario russo, che fa la sua comparsa sulla soglia del monastero accompagnato da un moderno ed eccentrico Federico Mai. Il complesso è però abitato da un conte, un vampiro che rinuncia a vivere fra i vivi da diversi decenni…
Sangue del mio sangue è un film che richiede attenzione e concentrazione da parte degli spettatori, i quali però non devono imporsi di comprendere tutte le dinamiche che vengono messe in scena, e non devono nemmeno insistere nel dare significato ad ogni figura e avvenimento delle vicende: spesso Bellocchio colloca nella storia personaggi che non hanno un vero e proprio ruolo, e aggiunge pure brevi avvenimenti che non hanno alcun significato né legame con la vicenda complessiva del film. A ben pensarci neppure le due parti del film sono strettamente legate una all’altra: la seconda parte non è la continuazione della prima, ma inizialmente lo spettatore è convinto che sia così, o che vi siano dei nessi profondi fra i due momenti. Sono numerose le scene che offrono spunti di riflessione e sono dense di significato, ma vengono esposte in modo frammentato, senza conferire così al film un senso di continuità, un fil rouge. Il regista esce dagli schemi: siamo abituati ad attribuire un significato a tutto ciò che vediamo durante la proiezione di un film, a vedere vicende che hanno un inizio e una fine, che proseguono secondo un certo ordine, ma questa pellicola non sembra seguire tali regole. Dopo la proiezione, lo stesso Bellocchio, presente in sala, ha confermato questa sua scelta e per fare meglio capire al pubblico il suo modo di lavorare ha rivelato di non conoscere il significato delle parole della canzone dei Metallica, Nothing Else Matters, cantata dal coro di voci bianche durante diverse scene del film: le ha scelte perché gli sono sembrate adatte a ciò che stava producendo.
Tutto il film ha un carattere piuttosto tragico, in particolar modo durante la prima parte, dove si assiste a momenti di profondo dolore, che ci aprono gli occhi sui terribili eventi che hanno segnato la storia delle nostre regioni. Numerose scene mostrano le torture e le pene inflitte alla giovane Benedetta, il suo dolore è quasi tangibile, l’effetto non è reso tale da riprese rapide, ricche di rumori frastornanti ed effetti speciali, bensì da tecniche, a mio parere, molto più delicate, realistiche ed efficaci. Bellocchio ci mostra scene di agonia, di attese, di imbarazzo, di lunghi silenzi, interrotti improvvisamente in diversi modi: dal tonfo del corpo di Benedetta quando viene gettata nell’acqua, dalle catene che vengono messe alla giovane, dalla spatola che spalma il cemento fresco sulla murata che le viene costruita di fronte, dalle grida di dolore della ragazza durante la “prova del fuoco”,… Il ritmo delle riprese lento: il regista riprende scene di silenzio in cui l’attenzione si focalizza unicamente sulle espressioni dei personaggi e sui loro gesti.
Ammetto che inizialmente il film non ha suscitato in me un enorme entusiasmo, forse a causa della sua complessità, della sua durezza e dell’insolita tecnica cinematografica che lo caratterizza. Ma il giorno seguente alla visione di questa pellicola mi sono sorpresa più volte a ripensare alle scene di Sangue del mio sangue: rivedevo le sofferenze di Benedetta, la magica atmosfera che accompagnava la vita notturna del “vampiro”, i dialoghi di Federico, i lunghi silenzi nel monastero. Posso quindi affermare che Bellocchio, attraverso questo film, sia sicuramente riuscito, con un linguaggio tutto suo e molto particolare, a parlare al suo pubblico, lasciandogli numerosi spunti di riflessione.

Laura Laffranchi, Liceo di Bellinzona, 18 anni

Laura

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