Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio

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Il film apre su un’epoca andata, dal sapore antico. Il gusto austero della fede cristiana assale delicato i sensi. In pochi istanti si viene gettati in un mondo sconosciuto, seppur in un certo senso familiare. Ambienti intimi ma freddi. I personaggi entrano in scena. Scopriamo un’insidia: un suono di voce femminile, lamentevole come potrebbe esserlo nell’atto sessuale. Qui Bellocchio ci confonde, crea nello spettatore l’illusione di sapere.
Il monastero è il fulcro degli eventi. O per lo meno, degli eventi permessi, controllati. Il mistero caratterizza invece la casa del protagonista. Vi è una netta divisione tra ciò che è lecito e ciò che è illecito. La casa del protagonista rappresenta lo sfogo sfrenato di un uomo che non si sente a proprio agio in una realtà opprimente.
Lo spettatore sente di doversi muovere in punta di piedi tra le mura del monastero, tra la bieca realtà ecclesiastica. Da una parte si percepisce una fede, d’altra parte un sentimento più atavico, più animalesco: l’amore, o forse soltanto la sessualità.
La contraddittorietà di questi tempi è evidente nell’amore, antico e necessario all’uomo, soggiogato dalla cecità di altri uomini deboli e credenti. Viene imposta un’autorità morale, quasi diabolica.
In un certo senso il film può essere percepito come documentarista, nonostante il regista tenga ad ammettere che sia storicamente scorretto.
Ma Bellocchio, che ha ammesso prima della proiezione di essersi ispirato in parte alla vicenda manzoniana della monaca di Monza, non vuole sorprenderci con una sua interpretazione della storia di Gertrude, sembra invece che voglia sorprendere se stesso, raccontandosi la sua vita attraverso una fiaba tutt’altro che spensierata.
I personaggi di fatto sono quieti nei modi, lenti ed eloquenti ma surreali ed eccentrici. Talvolta paiono al limite della disperazione: mettono in atto la pantomima di una fiaba sessista.

La prima parte tornerà poi nella seconda, anche se in modo frammentario. La prima scena della seconda parte riapre sul portone del monastero, ormai familiare, anche se ora si apre con sorpresa sui giorni nostri. Fin da subito, mentre cerchiamo di rattoppare il divario temporale, sembra che il regista stia scoprendo questa realtà con noi, chiedendoci cosa stiamo guardando davanti a queste realtà disorientanti. Bellocchio ci smuove il terreno da sotto i piedi, mettendoci in uno stato precario: ci perviene la notizia che un magnate russo filantropo intende acquistare il monastero.
Come nella prima parte del film le informazioni arrivano frammentate, confuse. Questa apertura su un mondo a noi familiare viene subito stroncata da queste premesse. Solo successivamente, si mostrano i nuovi protagonisti. Sembra quasi che il regista voglia raccontarci in ogni forma l’ambiguità della vita semplice, l’impossibilità individuale di indicare e comprendere i fatti con certezza. Da un lato ci sono personaggi che guardano la realtà con indifferenza e noncuranza, che lasciano che altri si assumano il compito di gestire gli affari di rilievo. Questi sono gli invalidi eccentrici. D’altra parte si presentano invece delle figure sinistre, che si sono fatte carico di questi doveri: uomini scaltri, immortali, di vecchio stampo, oscuri, silenti. È l’Italia dei signorotti inscenata nel microcosmo di Bobbio. L’Italia del potere cristiano e dei partiti affini.

La natura è scomparsa in questa parte del film, ma permane la figura femminile, ora caratterizzata dall’ingenuità. Le figure incantate delle candide ragazze. Una gioventù disinvolta e frizzante che forse non ha voglia di prendersi carico delle problematiche del passato. In alcuni passi del film sembra che il regista voglia narrarci che il bene è tale solo perché non ha ancora conosciuto il male. E il nostro sinistro protagonista è affascinato da questo bene, infatuato, tanto da morirne.
E così finisce il film: uomini di potere, dimoranti l’oscurità, capitolano. La figura ambigua e sinistra protagonista della seconda parte del film cade morente di fronte all’intensa luce della nudità. Qui torna la natura in pochissimi fotogrammi per poi lasciare di nuovo spazio al potere ecclesiastico che muore anch’esso di fronte alla novità, alla rinascita. La morte generosa concede nuova vita.

Alessandro Guastalla, SPAI Bellinzona, 19 anni

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