Dheepan di Jacques Audiard – Esodo contemporaneo

Dheepan

Cronache d’ordinaria follia. Volti angosciati, corpi dilaniati, occhi pieni di lacrime. Bombe, vegetazione, bambini e fiamme. Sono queste le immagini all’ordine del giorno in televisione, sin dagli anni ‘80. Cifre elevate di vittime, di armi e di feriti. Dati impersonali, anonimi. Audiard ha messo da parte tutto questo nel suo film. Con giustizia. Poiché ci mostra una violenza estranea ma che ha una fisionomia tutta occidentale: l’amore e la speranza necessitanti l’odio e la violenza. Immagini eloquenti che danno voce “all’altra parte”. Lo spettatore ammutolisce totalmente coinvolto.

La prima parte del film è terribilmente scorrevole e apre presentando il protagonista che brucia dei corpi e la sua uniforme di ufficiale. Il suo sguardo sembra pietrificato in quell’istante, bruciato alle fiamme del rogo. Come in un sogno anche lo spettatore si ritrova d’improvviso in un campo profughi. Dove? In quale paese? Non ha importanza: dovremmo averlo capito ormai che sono tutti uguali i campi profughi. Ma per una volta non ci sono raccontati da una voce artificiosa e fredda di un cronista del telegiornale, il regista ce li fa vivere stirandoci il fegato. Sfilettando gli animi, portandoci nel vivo.

Una ragazza vaga tra le tende, domandando ad altre donne sedute a terra se quelle accanto a loro sono le figlie legittime. Non c’è premessa e quindi il suo atteggiamento rimane misterioso. Si cerca di dare un senso logico al vagare di quest’anima in pena ma si comprende, appena viene aggiunto il tassello successivo di questo esodo contemporaneo, che è una realtà che non possiamo per nulla capire. Sconfortante è per l’uomo occidentale come me, svegliarsi in un mondo così informale e senza regole, senza binari precisi da seguire. Terrorizzati da un mondo dove davvero “bisogna cavarsela”.

Quindi nell’evoluzione coerente delle immagini, incontriamo una ragazza troppo giovane, una ragazzina che ha dovuto crescere troppo in fretta e l’ex ufficiale. Difficile dire chi tra loro sia più protagonista. In fin dei conti da quando questa famiglia incerta approda nel quartiere malfamato, Dheepan non è più solo un nome ma l’incarnazione e l’emblema di qualcosa di più grande della salvezza che l’occidente custodisce gelosamente perché ritiene di sua proprietà. Difatti quando le dinamiche criminali degenerano nella zona, sorge la domanda di quanto realmente quei palazzi grigi o in generale la società che concediamo a piccole briciole a chi più in realtà lo meriterebbe, ci appartengano, a noi, popoli “civilizzati”. Dheepan da un certo momento via diviene sempre più l’emblema di un uomo dilaniato dalla guerra che modella con determinazione disperata una statua d’argilla che stenta a prendere forma e solidificarsi in una famiglia. L’inesorabilità della vita; l’incapacità della società civile di concedere concretezza a chi ha guardato in faccia la morte. Ciò che non ci uccide ci perseguita.

Nel mondo che Audiard ha impresso su pellicola non esistono istituzioni efficaci, non esiste ordine né giustizia, come lo dimostrano le immagini oniriche sparse nel film, che sanciscono la fine e l’inizio di diversi capitoli, di cambiamenti e di fratture.
I brevi fotogrammi in cui Dheepan è agghindato con lucine colorate folgorano lo schermo e le notti francesi implicano che la vita non è a senso unico ma incredibilmente mutevole. Ribellarsi è inutile.

Mitici o epici, titanici ed onirici, alcuni fotogrammi ritraggono un elefante destarsi nella vegetazione. La violenza ribollente dell’uomo fuggito si desta anch’essa. Audiard non pone quesiti ma mostra una sua risposta: l’amore e la violenza sono sentimenti atavici e quindi si conoscono da sempre. Si chiamano e confabulano. E sono queste due componenti che colmano l’uomo. Dheepan ha paura, ma solo di se stesso.
Dheepan non è solo speranza, perché la speranza è il pretesto per cui tutto il resto si muove. Il pretesto con cui le grandi forze antecedenti all’uomo agitano la società che pare non possa esistere per definizione.

Audiard ha dato un viso a un guerriero, all’immigrato che vende le rose e lucine che ognuno di noi ignora, ha dato un volto al piombo e le fiamme che divampano attorno a uomini fermi nel tempo, che hanno visto e non riescono a placarsi di fronte all’ingiustizia. Nulla di originale certo, ma per una volta è lo straniero a cingere la sua redenzione. Si parla di educazione delle classi e integrazione, non di xenofobia.

Alessandro Guastalia, SPAI Bellinzona, 19 anni

alessandro

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