The Revenant – Redivivo

Redivivo agg. (dal lat. redivivus “restauro, rinnovato”,  nel lat. crist. “risuscitato”).

Da Treccani Vocabolario.

 

Mi sono chiesto più volte cosa significasse redivivo. Una parola che ne evoca molte altre : redenzione, rinascita, ritorno, remissione. Tutte parole che si somiglierebbero e che sarebbero pure opposte sia nel romanzo di Michael Punke, “Revenant – La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta”, sia nel film di Iñárritu.

Revenant è uno di quei film che ho potuto guardare solo una volta prima di dover buttare qualche parola. Riguarderò molte volte questo film e di queste parole, allora, forse mi pentirò o le confermerò. È questo il problema di film come Revenant : sono necessarie molte visioni e un lavoro introspettivo per comprenderli. Costante rimarrà però la somiglianza tra l’Hugh Glass di Punke e il personaggio interpretato da DiCaprio, anche se non sono certo la stessa persona. Ma di questo parlerò più avanti.

Dal principio, Iñárritu ci scaraventa in faccia il suo nome a lettere cubitali, attraverso una scena senza stacchi. La sua telecamera (pare quasi che ne usi di diverse rispetto agli altri registi) si muove placida e agile su un accampamento che presto si tramuta in un campo di battaglia. Il regista ci offre una delle sue irresistibili sequenze, tutte d’un pezzo, orchestrate scientificamente, cronometro alla mano.

Ciò che più amo di questo modo di girare è la verità con cui arrivano i fatti : le azioni ci giungono come se fossimo noi sul campo a osservare silenti, senza, come di solito accade, trovarci di punto in bianco a osservare da un’altra angolazione. Il regista dona realtà agli eventi. Tutto accade naturalmente. Un personaggio che prima avevamo visto di sfuggita seduto a gambe incrociate, impegnato a pulire il fucile, ora ci sfreccia davanti con foga. Scivola. Spara. Prima che il suo viso carico di rabbia si tramuti in una smorfia di terrore e dolore sotto l’incombenza della lama Arikara. Il bello di scene del genere è che tu sai chi c’è in primo piano nel film, ma gli altri non sono “di contorno”.

Molti troveranno la pellicola letteralmente intrisa di una violenza gratuita e non giustificata. Io sono scettico su questo tipo di commenti, perché ricalca un mondo realmente esistito, ed è questo che dobbiamo sentire ed è giusto che ci colpisca… Un mondo di disperati che costruiscono forti e commerciano in pelli, tra pellerossa furibondi e doppiogiochisti, mercenari e disertori, ladri, reietti e uomini fatti di speranza ma perseguitati dalla sfortuna. Quello descritto non è il vecchio west degli spaghetti western, bensì un mondo di soli uomini che si aggirano e si trascinano tra i boschi secolari e solitari lungo il Grand. Spaventati di esser ancora umani o di non esserlo più. È il west di uomini sognatori d’oro e per questo sempre in lotta. Un mondo dove Dio non guarda quasi mai, ma quando lo fa è attraverso gli occhi di uno scoiattolo obeso. E tu hai fame, quindi gli spari e te lo mangi.

Prima della necessaria argomentazione a proposito della recitazione di DiCaprio, vorrei parlare della trama. In particolare della trama del film rispetto a quella del libro. Non amo condannare i film, giudicando il libro migliore della versione cinematografica. Anche questo non è il caso, poiché il film tralascia moltissimi elementi vitali del libro – addirittura Iñárritu cambia il finale, stravolgendolo – e ne aggiunge altri, fondamentali. Ma sono convinto che Iñárritu abbia visto qualcosa in questa storia, una storia che doveva avere un finale diverso, secondo lui. Gli spettacolari panorami e l’accuratezza storica ci mostrano uno squarcio di un mondo al limite del fantastico. I personaggi, Glass, Fitzgerald, Bridger, il capitano Henry e il capo indiano sembrano esser sorti tutti in un momento. Uomini concepiti dalla corteccia delle macchie secolari, nelle cui vene scorre l’acqua gelata del fiume. L’uomo e la natura si confondono, anche tristemente, nella morte. Lo si sente sfiorando con Glass la piramide di teschi animali, ma forse anche un po’ umani. Perché entrambi muoiono allo stesso modo: per utilità. Rimane costante la paura della morte, che incombe su tutto, ed è estremamente ricorrente in questo Missouri dei primi dell’800.

Penso sia importante parlare di questo film, e in particolare di DiCaprio, prescindendo delle nomination agli Oscar. Come la maggior parte delle sue prestazioni, anche in questo caso l’ho trovato fenomenale. Il film presenta pochissimi dialoghi in proporzione alla durata, ma non è per nulla un peso perché, interpretando un ruolo che gli calza superbamente, DiCaprio ci mostra tutto senza dover parlare. Sul suo viso si percepisce tristezza, rabbia, dolore, e Hugh Glass rimane sempre un personaggio ben definito, senza ambiguità e questo lo investe di credibilità.

Alessandro Guastalla, SPAI di Bellinzona, 19 anni
alessandro

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