Les Huit Salopards (The Hateful Eight ) – Tarantino e gli otto anticristo

Huit_Salopards

Si prendano le poche (sette su sette) indimenticabili performance di Tarantino e se ne traggano alcune caratteristiche da ognuna: i dialoghi incisori e quieti in cui, al vertice della tensione, s’innesca una sparatoria violentissima con fiotti di sangue allucinati; luoghi accoglienti che diventano teatro d’assassinii; intimidatorie e indagini che ricordano “dieci piccoli indiani”; il registro linguistico caratterizzato da volgarità esplicite; figure tormentose e dialoghi eloquenti, infine l’indole finemente caratterizzata di ogni personaggio. Tarantino ci fa dono del suo ottavo, e a suo dire terzultimo, capolavoro.

Una magistrale ripresa in Ultra Panavision 70 garantisce un’adeguata prospettiva dell’emporio di Minnie. Il film non ha un protagonista ma otto personalità che spesso durante il film cerchiamo di allacciare a qualche idea, come per orientarci, cercando una sorta di genuinità di pensiero. Ma a più riprese veniamo sconfortati, perché sono otto personalità ferocemente umane in un equilibrio che una volta spezzato fa parlare le pistole per rinstaurare lo status quo. È quindi impossibile delineare dei profili, e futile è tentare di tracciare anche solo due fronti.

Ma andiamo con ordine. Il film non apre sul Gesù Cristo innevato della prima inquadratura. I film di Tarantino iniziano coi titoli di testa e, in questo caso, un meraviglioso Ennio Morricone. Che per inciso non si sentiva da tempo con così tanto vigore e meticolosità del suono come in questo ultimo film.

Il primo piano della statua c’invita immediatamente ad analizzare le immagini che seguono per cercare di carpirne un senso. Poco alla volta ci vengono presentati i personaggi e pezzo per pezzo si compongono le loro storie. Ma come il Boia, riserviamo una certa quantità d’inquietudine verso tutti, diffidando. Sono uomini non di fede.

La prima ora e mezza scorre lentamente e piacevolmente. Si realizzerà solo in seguito che in realtà è soltanto il preambolo della disfatta. È la preparazione all’atto principale: tutti i personaggi devono essere adeguatamente presentati, le tensioni calibrate ma soprattutto tutti gli otto miserabili devono convergere all’emporio.

Ecco quindi che, dopo i classici 15 minuti di pausa, si torna in sala. Un narratore ci riaccompagna nel western contemporaneo. Egli ci parla direttamente. E questo è un altro punto del cinema di Tarantino che è meraviglioso: c’è una sorta d’intesa col regista, forse meno ritmata che in passato, un’intesa sempre giocosa seppur nella sua inquietudine e micidialità degli avvenimenti. Il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) fredda l’ufficiale sudista dopo il dialogo sull’uccisione del figlio del generale. Lo informa ch’egli era un vile supplicante ridotto alle bassezze degli invertiti nei suoi ultimi momenti di vita. Una scena forte che merita parole forti: spettacolare!

La questione del “bastone nero” sancisce la metamorfosi del film in un pulp spietato. Un frizzante e gioioso degradare, seppur non si stravolga la trama com’era stato in Dal tramonto all’alba. E io credo che questo persistere di coerenza e di struttura non sia soltanto a scopo d’intrattenimento: Tarantino vuole proporci uno scenario ben preciso, con poco spazio d’interpretazione. In parte s’inscena la disfatta non della società in quanto insieme d’individui, ma la disfatta individuale in quanto facenti parte, nel bene e nel male, volenti o nolenti, della società. Società che vuole esser capace di discernere, prima il bene dal male, e poi ancora di classificare tutto ciò che compone questi due gruppi epici. È fondamentale per l’uomo, in quanto parte della società, essere in potere di giudicare che e cosa è il bene o il male. Ma proprio questo, stavolta non con crudeltà, ma con rancore, non ci concede Quentin Tarantino. I due fronti del conflitto si confondono, nemmeno tra sudisti e nordisti si può trovare giustizia. Addirittura ci troveremo a prendere idee fondamentali per ognuno di noi, come il razzismo ad esempio, che incarnate da uno dei personaggi perderanno di consistenza e le metteremo in dubbio. Siamo quasi persuasi dalla disperazione per la ricerca di un punto di riferimento tra i personaggi da gettarci in un ideale qualsiasi. Forse è questo l’epilogo di un estremismo. Questo elemento si presenta in tutta la sua forza nella metamorfosi degli ospiti dell’emporio, che prima erano rappresentanti di autorità, mandriani e custodi, in criminali della banda. Gli uomini, messicani, neri, bianchi, europei o chicchessia non sono distinguibili in gruppi omogenei ed ordinati. L’inconsistente e infantile polarità del mondo viene messa in bilico.

Stravolgente, entusiasmante, sanguinolento e in una parola Pulp. Un genere che non ha bisogno di giustificazioni per la violenza, di cui i film sono solo un’arena dove si cerca ad occhi sgranati chi ci dà più dentro. E ci vuole arte a fare questo. Ho trovato di una perversione inaudita le ultime scene riguardanti la donna, la “bagascia”. Soprattutto la scena dell’impiccagione, un pugno in faccia come tutti quelli che aveva preso lei. La sua figura potrebbe essere un’icona, martoriata, criminale e pure succube in un certo senso.

Oppure il film non vuole intendere nulla, come si è spesso portati a pensare delle opere di Tarantino. Dove vuole andare a parare? Che cosa rappresenta la porta con la serratura scassata che non si chiude? Forse proprio niente in fondo, forse questo film non significa un bel niente.

Alessandro Guastalla, SPAI Bellinzona, anni 19

alessandro

La TRIBUne des jeunes cinéphiles remercie le distributeur Ascot Elite qui a offert des billets pour cette séance.

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