Festival de Locarno (11) – Inimi cicatrizate – Le malattie che non vogliamo mostrare

Trois représentants de la TRIBUne des Jeunes Cinéphiles ont couvert le 69e Festival de Locarno. Une étudiante tessinoise analyse ici le film roumain qui a remporté le Prix spécial du jury de la compétition internationale.

Inimi_Cicatrizate

Inimi cicatrizate, opera del regista rumeno Radu Jude, significa “cuori cicatrizzati”. Le cicatrici possono essere il ricordo di un dolore lontano oppure il presagio di una fatalità imminente, segni lasciati da ferite guarite solo in superficie. A volte non si è in grado di riconoscere a quale dei due tipi una cicatrice corrisponda, ma nel dubbio è meglio vivere con spensieratezza, piuttosto che vivere nel terrore.

Durante la seconda metà degli anni Trenta, Emanuel, un giovane intellettuale rumeno affetto da tubercolosi ossea, decide di internarsi in un sanatorio nei pressi del Mar Nero. Al giovane viene presto applicata un’ingessatura che gli avvolge l’intero busto, così da evitare lesioni alla colonna vertebrale, la quale si va pian piano indebolendo. Questa nuova condizione lo costringe a passare il suo tempo disteso su una lettiga.

Il sanatorio è per tutti i suoi residenti un’incognita: per alcuni anticamera della morte, ultima e definitiva stazione, per altri invece una sosta più o meno breve, in attesa di reintrodursi nella vita di tutti i giorni. È chiaro però a tutti i malati che la sorte è imprevedibile: anche coloro che sembrano quasi guariti potrebbero, di colpo, morire. A Emanuel stesso viene annunciata la possibilità di una guarigione imminente e pochi giorni dopo subisce invece un deterioramento delle proprie condizioni. I residenti si rifiutano, però, di vivere all’ombra del dramma. Affrontano la vita con vivacità, fanno feste, si ubriacano, si innamorano, litigano, fanno progetti per il futuro, deridono i politici e le dittature che si stanno instaurando nel mondo esterno. Se non fosse per ingessature, lettighe e stampelle ci si potrebbe rapidamente dimenticare della malattia da cui essi sono affetti.

A volte i pazienti devono subire dolorose operazioni senza alcun anestetico, ma poi la ferita si rimargina, si cicatrizza e diventa tessuto insensibile.

Ambientato in un periodo in cui il mondo è spettatore dell’ascesa delle spietate dittature europee, complice del fascismo e del nazismo e vittima del suo lento deteriorarsi, il regista decide di estraniare il film da tutto ciò, di allontanarlo da una civiltà che sta rovinosamente precipitando verso la seconda guerra mondiale e di mostrare invece una realtà lontana, un sanatorio. Un luogo abitato da persone che sono emblematicamente vittime del declino del proprio corpo, ma che decidono di estraniarsi da esso e di vivere nel modo più normale e spensierato possibile.

Un film che si rifiuta di mostrare il decadimento sia della società del suo tempo – i mobili, i macchinari medici, le stanze, i vestiti sono in condizioni perfette – sia del corpo del protagonista e dei suoi compagni. La malattia diventa quasi un sottofondo e la degenerazione del corpo passa in secondo piano. Malgrado ciò gli effetti della malattia sono innegabili: la degenerazione della società sfocia nella Seconda Guerra Mondiale, così come il tempestivo peggioramento delle condizioni del giovane Emanuel, mostrate superficialmente alla fine del film, lo porta alla sua prematura morte.

Laura Monte, 20 anni, Epfl

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