Festival de Locarno (13) – Dao Khanong (By The time it gets dark) – Non c’è niente da capire

By_The_Time_It_Gets_Dark

Una giovane regista vuole girare un film su una attivista e scrittrice degli anni Settanta. Quindi la invita in una casa di campagna dove la intervista e raccoglie i suoi racconti. Alla narrazione dell’attivista si intercalano alcuni momenti della sua vita, scene della sua gioventù.

Le due donne passano del tempo insieme, fanno conoscenza.

La regista, passeggiando nel bosco, vede un bambino vestito da leone. Lo insegue. Inciampa e scorge un fungo luccicante. Da questo momento la narrazione diventa più complicata da seguire. La giovane donna pronuncia un monologo sulla telecinesi davanti alla telecamera. Poi appare un altro personaggio, Peter, un giovane uomo che vive in città. Si intuisce sia una persona famosa. Seguiamo alcuni momenti della sua vita. L’immagine si blocca su un fotogramma. La telecamera si allarga mostrando una sala buia con un grande schermo: alcune persone stanno montando un film.

All’interno di questa sala una donna riceve una telefonata: Peter è morto in un incidente d’auto. Egli è un attore. È difficile, forse impossibile, distinguere chiaramente quali momenti della sua vita siano parte di un film e quali no. Peter viaggia in autostrada, un cartello indica Dao Khanong, un tempio buddista nei pressi di Bangkok.

Una delle scene iniziali viene ripetuta, ma con attori diversi: una giovane regista e una attivista si ritrovano in una casa in campagna per scrivere un film sulla vita di quest’ultima. I dialoghi sono più precisi, le stanze sono ben arredate: è la scena iniziale del film sulla vita dell’attivista. Un giovane monaco guarda la televisione, si trova in campagna. Una ragazza, ripresa di spalle, cammina in una città affollata, entra in una discoteca e inizia a ballare. La musica e le luci stroboscopiche confondono la scena. Un’interferenza disturba progressivamente l’immagine, fino a farla sparire del tutto, portandosi via luci e musica. Sullo schermo appare l’inquadratura di un prato, il cielo è rosa, ma lentamente diventa blu: un normale prato di campagna.

Dao Khanong, film della regista tailandese Anocha Suwichakornpong, è un continuo illudere lo spettatore: ogni scena è la promessa di una spiegazione imminente e, allo stesso tempo, l’affievolirsi della comprensione ottenuta fino a quel momento.

Il film inizia con una trama e dei personaggi definiti che man mano si sgretolano. Lo spettatore è così obbligato a dedicarsi attivamente alla ricerca di un senso, sia attraverso elementi ricorrenti, come oggetti che si ritrovano in più scene, sia attraverso una ragazza, personaggio di sfondo, che si vede più volte svolgere diversi lavori. Dettagli e simboli a cui ci si aggrappa nell’attesa di trovare la strada delineata, ipotizzando scenari possibili, alla ricerca del messaggio ultimo. Con l’avanzare del film questo, però, non avviene e, seppur da un lato si acquisisca una maggior consapevolezza dei personaggi, chi sono e cosa fanno, dall’altro il motivo delle loro azioni non trova mai spiegazione, così come il significato definitivo del film.

Sul finale, momento in cui la brama di chiarezza è al suo apice, l’immagine subisce un’interferenza: il segnale progressivamente sparisce e lo schermo diventa nero. In quel momento, nell’attesa di una scena chiarificatrice, appare l’immagine di un prato.

E capisci che puoi alzarti dalla sedia, uscire dalla sala ed essere felicemente all’oscuro, e va benissimo così. Una lucida rinuncia alla ragione. Un congedarsi dall’assidua ricerca del significato che forse significa già qualcosa di per sé. O forse no. Ma non importa.

Dao Khanong è un film bellissimo e molto probabilmente non ne ho capito il motivo.

Laura Monte, 20 anni, Epfl

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