Captain Fantastic, di Matt Ross – Tanti auguri Noam Chomsky

Captain Fantastic

Protagonista del film è Viggo Mortensen, che interpreta il ruolo di un padre fuori dagli schemi che ha vissuto in isolamento con la sua famiglia per oltre un decennio, lontano dalla moderna e consumistica società. A seguito del tragico suicidio della moglie, Ben riporterà i figli alla civiltà in un viaggio nelle viscere della società cosiddetta civile. Un’immersione in questa assurda, frenetica e superficiale realtà che chiamiamo quotidiano.

Devo dire che non sapevo molto del film prima di averlo visto al cinema. Ci sono film su cui è necessario documentarsi prima di sprofondare nelle poltrone scomode, vellutate e sudice nel dissacrato tempio della cinematografia. Dissacrato da tutte le terribili pellicole in circolazione da poco dopo la notte degli Oscar fino a poche settimane prima di questo evento. Captain Fantastic, infatti, è un film che merita di essere visto, ma richiede una mente libera. Ben (Viggo Mortensen) e la sua banda di piccoli anarchici intellettuali mi hanno portato, nei primi minuti di film, in un mondo a cui ho guardato con scetticismo. Per un attimo, finché non ho deciso che questa mia prima impressione non avrebbe pregiudicato il mio pensiero sul film. Ed è piuttosto divertente, perché passiamo ore a studiare, leggere scrittori classici e cercarci i nostri, personali, scrittori, ore a guardare film, a discutere di libri, film, musica, una vita intera di maturazione intellettuale e sforzi che, ognuno di noi spera, si concretizzino in un’opinione, e questa s’insinua nei gesti, negli atteggiamenti. E appunto influenza anche il nostro modo di percepire le cose, le persone e le opinioni degli altri e quindi l’arte. E poi capitano film come questo che invece pretendono che si dimentichi tutto e ci si lasci trasportare in un mondo diverso, un tipo di vita alternativa. Oppure ci insegna che tutto questo studio in realtà è utile e capire che non è importante avere la capacità di cambiare opinione. Ma così si rischia di farsi raggirare, ma forse è importante farsi fregare nel cinema.

Il film perde però parte del suo impatto, perché traspare l’intenzione di trasmettere una sua opinione, è evidente una forzatura. Non sarebbe un problema, se non fosse che questo aspetto prevale, a discapito di una storia originale ma poco sentita. La trama difatti è intrisa di drammaticità ed è spiritosa ma non commuove. Quello che è divertente per me comunque è l’avere lavorato tanto per addomesticare e strutturare il mio pensiero e ritrovarmi seduto in una stanza buia con troppa gente troppo vicina e dover mettere tutto da parte, lasciarmi trasportare senza preconcetti in una storia e nel pensiero di qualcuno, con mente aperta verso un’opera artistica. E allora dove stanno i limiti? Cosa può essere giudicato? È nella natura dell’uomo giudicare e classificare, ci permette di capire meglio dove ci troviamo. È questo che mi ha impedito inizialmente di guardare il film senza una vena di cinismo, cercavo elementi che riconducessero a uno stereotipo. Ma perché questo forse mi fa stare più tranquillo, è la cosa più naturale. Prendendo le distanze da questo tipo d’impronta, deragliando deliberatamente da questi binari mi sono sporto su di un baratro, un meraviglioso precipizio si stagliava ai miei piedi, come quelli che scalavano Ben e i suoi ragazzi.

Allo spettatore viene spontaneo domandarsi, accompagnato dalle insipide ma suggestive melodie: “forse è questa la verità! Forse è così che bisogna vivere, dannazione!”. E questo pensiero non si affievolisce, ma anzi anche io, spettatore, mi scopro un reietto, un ribelle, quando la famiglia s’avventura nella giungla urbana. Ci sentiamo, o vorremmo sentirci spesso, come Ben. Soli contro un mondo avvelenato e corrotto. E questo è un altro degli aspetti che rende il film limitato.

Il film denuncia l’assetto economico statunitense, l’ipocrisia e il perbenismo, il puritanesimo americano. Ben attacca la politica zoppicante, la cultura che vien presa dalla gente come un valore di cui si possa fare a meno. Ben attacca le corporazioni e il cibo inquinato da tutte quelle sostanze che in Europa non ci sogneremmo mai di consumare. Sono tutti aspetti su cui, certamente, anche alle nostre latitudini siamo ampiamente criticabili, ma con un’impostazione diversa. Perché noi europei siamo diversi, la nostra ipocrisia è diversa. Abbiamo una percezione diversa dell’ostentazione. La denuncia del film è a noi comprensibile, ma non così sentita. Fa eccezione lo strappo tra la foresta e la società “civile”. Non appena i nostri visi vengono illuminati dal familiare grigio dei nostri palazzi, delle nostre case e delle nostre strade mi sono sentito investito da un sentimento di sottrazione, come fossi stato portato con la forza in un altro posto, diverso, troppo diverso da quello in cui volevo essere: nella foresta a cacciare, correre, cucinare cibo in un fuoco accesso a mani nude e poi mangiare e leggere fino a che la giornata non mi faccia stramazzare nella capanna. Forse è questa la verità. E se fossi invece io il religioso osservante e ottuso? Chiuso nei suoi riti e nelle sue convinzioni, mentre mi definisco maoista, predico il nomadismo e inveisco contro le corporazioni. O è davvero possibile creare una società genuina? Chi si emargina può farlo soltanto in funzione di una società preesistente. L’unico modo per smettere di fare parte di questa società sarebbe morire, probabilmente.

Pare una vita ben spesa quella passata in una foresta a studiare importanti dichiarazioni e cacciare il cibo che mangerai. Ma che ne facciamo della suddivisione del lavoro, colonna portante della società umana tutta? Che ne facciamo dei 12mila anni di progresso, delle vite più lunghe? Molte persone non sanno nemmeno cosa sia la poliomielite al giorno d’oggi. Tutto questo perché abbiamo costituito stati che si occupano di proteggerci e noi componiamo questi stati. Quello che denuncia Ben è l’ammorbamento di questo concetto. L’ammorbamento della comunità. La retta via persa tra le menzogne dei più svegli e dei più potenti. Stati economici sono sorti dentro ai nostri stati. Ma noi l’abbiamo permesso, noi abbiamo voluto la Coca-Cola, “l’acqua avvelenata”. Per questo dico che il film, così come molti del suo genere, è una pellicola a doppio taglio. È pericoloso portare argomenti del genere ad esame del grande pubblico. Come il metodo d’insegnamento di Ben a cui l’autore ha voluto dare una parvenza di struttura, ma in realtà ne sono poco chiari gli obiettivi e non sappiamo quanto sia funzionale. E riprendendo la questione dell’opinione, del pensiero individuale, e della capacità di ricredersi, questi sarebbero principi utili in una società complessa e frammentata come lo è ora quella in cui viviamo. Ma fino a che punto sono estendibili? Fino a che punto deve spingersi la società a educare i propri figli, quanto può educare il suo futuro? Un padre e una madre educano la loro progenie e questa assorbe informazioni, e il suo carattere e il suo pensiero sarà influenzato dagli ideali di qualcuno, dai disagi, dalle mancanze, dalle iniquità, e questo figlio vi sarà inscindibilmente legato, sia che li condivida, sia che si ribelli.

Guardando il film mi sono interrogato su come sarebbe la razza umana se fosse discesa da un organismo diverso dalle scimmie. Mi chiedo se saremmo diversi o se questo è davvero l’unico modo in cui potremmo essere. Mi chiedo se è questo il modo più bello in cui possiamo esistere. L’importante è che non smettiamo di porci domande, d’interrogarci sulla nostra natura. L’importante è fare parte della società e ricordarsi cos’è una costituzione, cos’è stata la polio, ricordarsi di andare al cinema e avere un opinione. Ricordarsi che è importante avere la capacità di ricredersi.

Alessandro Guastalla, 20 anni, SPAI Bellinzona

alessandro

 

 

 

 

 

Le distributeur IMPULS a offert des billets à la TRIBUne des jeunes cinéphiles pour ce film

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