Manchester by the sea, de Kenneth Lonergan – Un mare di disperazione

Manchester by the sea è un film drammatico che racconta le vicende e le sofferenze di un uomo di mare. Lee Chandler è il tuttofare di quattro palazzi a Boston, il suo carattere scontroso lo confina in una vita solitaria, dove l’unico piacere sembra essere l’assunzione di alcool. La deprimente quotidianità di Lee viene interrotta dalla morte del fratello Joe: il protagonista infatti deve tornare nella sua città natale, dove viveva Joe con il figlio, per svolgere alcune mansioni di famiglia. Il ritorno a Manchester by the Sea corrisponde a un salto nel passato che fa riemergere nella vita di Lee i sentimenti e i dolori legati alle esperienze vissute nella cittadina. La storia rivelerà in seguito allo spettatore come il forte legame creatosi tra Lee e il figlio del fratello potrà essere in futuro un’ancora di salvezza per il protagonista.

Manchester by the sea è un film drammatico, emozionante e avvincente che trasporta lo spettatore nella tristezza del protagonista Lee Chandler, il burattino di un destino infame che gli porta via ogni spiraglio di gioia. Il protagonista è una figura scialba, cupa, lenta che sembra trascinarsi sui suoi passi e vivere la giornata senza alcun progetto per il futuro. Egli sopravvive nella sua desolazione quotidiana, nella rinuncia di recuperare qualsiasi soddisfazione dalla sua vita.

L’ambientazione invernale della città di mare, piccola e desertica, accompagna perfettamente Lee e gli abitanti di Manchester by the Sea. Questi ultimi sembrano essere portatori di segreti e dolori che nella maggior parte non vengono rivelati ma che lo spettatore riesce a cogliere grazie al linguaggio del corpo degli attori. I colori freddi del mare del Nord si conciliano con lo stato d’animo del protagonista: il mare gioca un ruolo importante nella fotografia, esso infatti rappresenta l’immensa disperazione in cui l’uomo può perdersi.

Il film è prevalentemente silenzioso, accompagnato da musiche tranquille che trasportano lo spettatore nell’ambientazione quieta e deprimente di Manchester by the Sea; queste caratteristiche sonore ricordano ancora una volta il mare e la sua vastità.

Le scene che ho trovato essere più belle ed emozionanti sono quando il protagonista piange: durante tutto il film infatti, nonostante lo spettatore riesca a cogliere la tristezza di Lee, quest’ultimo non lascia mai trasparire alcun segno di vitalità. Nel momento in cui il protagonista piange, lo spettatore intravede l’umanità che Lee imprigionava dentro di sé.

L’attore che interpreta il ruolo di Lee, Casey Affleck, riesce a rappresentare pienamente la personalità del personaggio e recita la sua parte perfettamente, il premio Oscar assegnatogli è più che meritato.

Manchester by the sea è un vero capolavoro cinematografico poiché rappresenta la tristezza di un uomo comune, destinato a soffrire e a portare il suo fardello durante tutta la sua esistenza.

Anna Simonetti, 19 anni, Liceo Cantonale di Lugano 2

UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL SWITZERLAND GmbH a offert des billets à la TRIBUne des jeunes cinéphiles pour ce film.

 

 

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Manchester by the See, de Kenneth Lonergan – Una tortura aggrovigliata nei ricordi

Siamo a Manchester (Massachusetts), poco più a nord della grande città di Boston. Diverse inquadrature lunghe accompagnate da una musica malinconica ci fanno entrare a capofitto nella straziante vita di Lee Chandler (interpretato da un Casey Affleck che si guadagna l’Oscar come miglior attore protagonista), una vita che sarà tutta da scoprire per lo spettatore, attraverso il duro percorso di maturazione e di presa di coscienza che dovrà affrontare Chandler.

Il film, ideato inizialmente da Matt Demon (che rimarrà produttore del film) e portato avanti dallo sceneggiatore e regista Kenneth Lonergan, si porta a casa dalla notte degli Oscar ben due statuette (come detto, Miglior Attore Protagonista a Casey Affleck e Miglior Sceneggiatura Originale a Kenneth Lonergan) che vanno ad aggiungersi ai riconoscimenti avuti ai Golden Globe, ai BAFTA e molteplici altri.

Già dalle prime scene del film incontriamo un Lee Chandler affranto, distrutto, appesantito dalla vita. Il suo sguardo è cupo, il lavoro che fa è deprimente, non ha una famiglia, non ha amici. Poi una telefonata gli annuncia la morte del fratello, notizia che sarebbe straziante per tutti noi ma non per lui. Prende questa notizia quasi come se fosse abituato al dolore… perché infatti lo è, ma questo lo scopriremo pian piano, andando avanti nel film. Che cosa gli è successo? Perché non ha una moglie, nessun contatto esterno, nulla che lo renda felice?

La vicenda riesce a trasportare lo spettatore nella testa di un uomo che ha perso tutto quello che aveva per colpa di un piccolo errore, piccolissimo, che gli è costato una sofferenza eterna che non potrà mai più sparire. Questo strazio viene teso in maniera estrema verso la metà del film quando, in uno dei tanti flashback che raccontano i motivi dei tormenti di Lee, lui si ritrova in una centrale di polizia avvolto da un grande dolore e decide impulsivamente di uccidersi, sentendosi colpevole della morte dei suoi tre figli.

(spezzone originale dalla sceneggiatura di Kenneth Lonergan)

  1. INT. POLICE STATION — MAIN ROOM. DAY — CONTINUOUS.

Lee comes out of a room opposite, followed by the Detective and Fire Marshall. He makes his way past the desks. Suddenly he GRABS a YOUNG COP from behind, pulls the GUN out of his holster and shoves him away. SHOUTS and GUNS come out everywhere. LEE puts the GUN to his own HEAD and pulls the trigger, but the SAFETY CATCH is ON. JOE is across the room in a bound.

JOE

Don’t shoot! Don’t shoot!

LEE fumbles with the safety catch — TWO COPS take him DOWN and grab the gun. He doesn’t resist at all. JOE joins the fray. STAN staggers and reaches for the wall behind him.

Una scena fredda, governata dall’impulso, dalla tristezza, dalla disperazione di un uomo che non trova più la felicità che aveva in questo mondo prima del dramma. La scena, mostrata quasi interamente con inquadrature totali, lascia allo spettatore l’obbligo di cercare l’azione, di scovare la parte importante di quell’inquadratura, di quello che è importante in quel momento, di seguire il personaggio, di cercare di intuire le sue azioni. È proprio questo che rende questa corta scena una delle più forti di tutto il film, secondo la mia lettura.

Manchester by the sea racconta la disperazione, il dramma che porta una persona felice e spensierata a diventare introversa e cupa, perdendo di vista la felicità nel mondo, nella bellezza della vita e nell’amore della famiglia.

Edoardo Nerboni, 19 anni, Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive (CISA) – Viganello

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Manchester by the sea, de Keneth Lonergan – Il passato che cambia

Dopo un tragico evento che gli ha distrutto la famiglia, Lee si trasferisce da Manchester tagliando ogni contatto con suo fratello, suo nipote, la sua ex moglie e tutti i suoi vecchi amici. Suo fratello però ha una malattia cardiaca e purtroppo, dopo un improvviso peggioramento, muore. Lee torna a Manchester per prendersi cura di Patrick, suo nipote. Scopre però che il fratello aveva altri piani: nel testamento gli ha affidato la cura di Patrick, confidando nel suo ritorno permanente in città. Lee si trova combattuto tra il senso del dovere nei confronti del nipote e la sofferenza che i ricordi del suo passato gli provocano.

Il film mi è piaciuto molto, anche per via del modo particolare in cui è strutturato: la trama non è lineare, continua a passare da presente a passato mostrando ciò che è successo a Lee e permettendo di capire come mai è un personaggio così passivo e asociale. Grazie ai flashback si scopre perché Lee non è benvoluto da alcune persone in città e perché non ha intenzione di rimanerci. In questo modo la tensione non cala mai, nonostante il film vada avanti con una certa lentezza. Ci sono sempre cose nuove da “scoprire” e da capire, grazie a un nuovo ricordo che viene mostrato. In questo modo si può ricostruire mentalmente tutto ciò che è accaduto, ed è probabilmente per questo motivo che si è aggiudicato l’Oscar come miglior sceneggiatura originale. Il personaggio principale è introdotto attraverso due momenti completamente diversi: lo vediamo felice che pesca con il fratello e il nipote e, un attimo dopo, lo vediamo da solo in un monolocale che passa la giornata davanti al televisore con una birra in mano. Inizialmente, grazie ai flashback, lo spettatore si crea un’idea di come sia Lee e già dall’inizio del film nasce spontaneo chiedersi cosa possa avergli provocato un cambiamento così radicale. Lo stesso vale per il rapporto tra Lee e Patrick: nelle scene del passato loro sono molto legati e si divertono insieme, ci aspettiamo quindi che, nonostante sia passato molto tempo, il rapporto tra i due non sia cambiato, eppure nel presente non riescono ad andare d’accordo.

Lee è interpretato da Casey Affleck, che si è aggiudicato l’Oscar come miglior attore grazie alla sua performance. Infatti, nonostante il personaggio di Lee sia praticamente inespressivo e abbia difficoltà a comunicare, Affleck ha fatto un ottimo lavoro di immedesimazione nel suo personaggio, trasmettendo tutte le sensazioni che prova Lee tornando a Manchester. Il film punta molto sulla sua interpretazione siccome è tutto legato a come lui è stato cambiato dal suo passato.

Nonostante presenti una storia molto triste per tutta la sua durata, il film riesce alla fine a ridare una speranza: Lee e Patrick ritrovano la felicità che li legava come molto tempo prima e una sorta di “accordo” in modo che le loro vite non vengano sconvolte completamente dopo la morte del fratello di Lee. Si capisce inoltre come un momento che può sembrare insignificante, come quello che è successo a Lee prima di trasferirsi da Manchester, invece ci potrebbe cambiare completamente la vita.

Ariele Sgheiza, 19 anni, SCC Bellinzona

UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL SWITZERLAND GmbH a offert des billets à la TRIBUne des jeunes cinéphiles pour ce film.

 

 

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La La Land, de Damien Chazelle – La gloire du passé ressuscitée

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Suite à Whiplash, Damien Chazelle poursuit sa lancée musicale avec son nouveau film, La La Land. Ce long métrage a déjà remporté sept Golden Globes et s’annonce bien parti pour les Oscars.

Le film nous raconte comment Mia et Sebastian cherchent à accomplir leurs rêves, respectivement de devenir une comédienne de renom et d’ouvrir un club de jazz à l’image de l’époque. Ceci tout en essayant de maintenir la relation amoureuse qu’ils entretiennent. C’est avec les compositions musicales de Justin Hurwitz et les chorégraphies de Mandy Moore que nous suivons cette quête aux allures impossibles.

Chazelle se replonge ici dans un genre dont l’âge d’or est plus que dépassé : la comédie musicale. C’est ainsi que La La Land, explosant pourtant de couleurs vives et lumineuses, se retrouve finalement teinté d’un voile nostalgique. Car si le choix entre amour et carrière est présent tout au long du récit, ce n’est pas l’unique dilemme que propose La La Land. Tout comme Sebastian qui peine à se détacher de l’époque où le jazz était roi, le film semble rendre un hommage mélancolique au temps où Hollywood régnait sur le 7ème art. Entre le club de jazz mythique transformé en bar à tapas et la projection de La fureur de vivre qui est interrompue par la pellicule brulée, l’histoire d’amour de Mia et Sebastian est accompagnée d’une constante désillusion face à un passé qui ne retrouvera jamais sa grandeur.

La La Land n’est donc pas seulement l’histoire d’amour entre deux rêveurs, mais aussi celle de Chazelle pour le jazz, le cinéma et les comédies musicales. Le film réussit grandement ces différents hommages, notamment grâce à ses scènes musicales dont la réalisation sublime chaque instant. De plus, il serait injuste de ne pas citer Emma Stone et Ryan Gosling, qui livrent ici une de leur plus belles performances.

Damien Chazelle réussit donc à redonner vie à la comédie musicale, tout en sachant que son apogée appartient au passé. Pourtant les sept Golden Globes obtenus (du jamais vu encore !) prouvent que le genre a encore sa place aujourd’hui.

Delphine Rieben, Gymnase français de Bienne, 20 ans
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La La Land, de Damien Chazelle – Une histoire d’enfants dans un monde d’adulte

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Troisième long métrage du jeune et talentueux réalisateur Damien Chazelle,  La La Land nous surprend d’emblée avec un magnifique plan séquence annonçant le genre : la comédie musicale. Bien qu’en reprenant les bases élémentaires (décors, ambiance,…), La La Land propose une sorte de mise à jour du genre, notamment en introduisant les technologies les plus modernes (smartphone, etc.).

Ce mélange d’époques crée un univers uchronique permettant de soutenir un message sur le désir nostalgique de vivre dans le passé et le devoir d’aller de l’avant.

Effectivement les personnages principaux (Mia et Sebastian) représentent les rêveurs idéalistes et naïfs ne réalisant pas que le monde les entourant est plus impitoyable qu’ils l’imaginaient. Entre désir amoureux et envie de concrétiser leur rêve, le spectateur suivra le chemin des protagonistes à travers les thème du sacrifice, de la nostalgie ainsi que de la maturité.

Mais ce sera un goût d’amertume que l’on ressentira à la fin de la projection. Non parce que le film est mauvais (au contraire !) mais parce que les personnages que nous avons vu évoluer, progresser, apprendre,… n’aboutiront pas entièrement là où l’on croyait, ou espérait.

Peut-être est-ce là le parcours de l’enfant devenant adulte…

Au final, Damien Chazelle nous propose une comédie musicale adaptée à notre époque qui permettra de ravir autant les connaisseurs que les profanes. 

Julien Beaud, Gymnase français de Bienne, 18 ans

Le distributeur Ascot Elite a offert des places à la TRIBUne des jeunes cinéphiles pour ce film.

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La La Land, de Damien Chazelle – Une scène d’ouverture époustouflante

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C’est dans une situation que tout le monde a vécue un jour ou l’autre que commence le film de Damien Chazelle : les embouteillages. Nous sommes alors témoins d’une danse parfaitement chorégraphiée sur une musique entraînante et de différentes cascades, le tout filmé dans un plan séquence plutôt impressionnant. Ce genre de séquence nous rappelle les comédies musicales d’autrefois, avec leurs danses simplement incroyables, leurs chants à couper le souffle et l’effort investi autant par le réalisateur que par les acteurs, les caméramen et toute l’équipe technique sur le tournage. Au premier abord, on se demande à quoi sert cette scène sur l’autoroute, qui ne semble n’avoir aucun lien avec le film qui suit. Mais je pense que c’est un excellent début de film car il nous donne le sourire et nous met directement dans l’ambiance, nous donnant presque envie de nous lever dans la salle pour danser avec les acteurs. Puis, lorsque la musique finit, tout le monde retourne dans sa voiture, et à la triste réalité de sa vie où, dans la rue, tout est morne et triste. Nous calmant aussi nous, les spectateurs.

Pour le reste du film, nous suivons la vie d’une jeune passionnée de théâtre et de cinéma et d’un pianiste fan de jazz qui n’accepte pas que ce style musical se meure et ne trouve plus que peu d’adeptes et de gens s’y intéressant. Nous suivons leurs parcours, leurs attentes et leurs déceptions et surtout l’histoire d’amour qui les relie. Un amour complice, joueur, de ceux qu’on aimerait tous avoir le plaisir de vivre. Le couple formé dans ce film n’est pas sans nous rappeler les duos de l’âge d’or des comédies musicales tel que Fred Astaire et Ginger Rogers, et bien d’autres.

Personnellement j’espère que ce film donnera envie à d’autres réalisateurs et à d’autres producteurs d’en créer et que la comédie musicale reviendra au goût du jour. Car c’est un genre qui donne le sourire et qui fait en sorte que nous nous sentions mieux. Lorsqu’on est un peu triste ou sans motivation, une bonne comédie musicale, des anciennes jusqu’aux plus récentes, nous rend joyeux et peut facilement nous toucher par la beauté de l’histoire, les chants, les chorégraphies et les émotions des personnages.

Igor Viana Rodrigues Costa, Gymnase français de Bienne, 16 ans

Le distributeur Ascot Elite a offert des places à la TRIBUne des jeunes cinéphiles pour ce film.

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La La Land, de Damien Chazelle – Le rêve réalisable

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Après la victoire aux Golden Globes et un box office qui totalise à ce jour plus de 120 millions de dollars dans le monde entier. La La Land fait déjà fureur alors qu’il n’est sorti qu’en fin décembre aux Etats-Unis. En regardant le casting choisi pour le film et l’énorme succès de Whiplash, il n’est pas difficile comprendre pourquoi tant de gens se sont déplacés au cinéma pour voir le nouveau long-métrage de Damien Chazelle. Cependant, contrairement à ce que beaucoup pourraient penser, le film plaît non seulement au grand public mais aussi aux critiques. La preuve : les Golden Globes sont remis par une association de journalistes.

La question se pose : pourquoi ?

La La Land débute par un travelling latéral au milieu d’une autoroute fortement occupée par des voitures et leurs conducteurs énervés. En l’espace de quelques secondes, nous assistons à un chamboulement dans l’attitude des personnages et sommes entourés par une performance délirante de danse et chant, mise en valeur par un plan séquence (même s’il s’avère trafiqué). Ces quelques minutes nous laissent déjà entrer non seulement dans le genre du film, mais aussi dans ce Los Angeles un peu différent imaginé par Chazelle.

La suite de cette comédie musicale tourne autour de deux futurs amants qui poursuivent deux rêves distincts. Sebastian (Ryan Gosling) cherche à créer son propre club de jazz où les puristes et les novices peuvent apprécier cette musique et même la faire revivre. D’un autre côté, Mia (Emma Stone) rêve de marcher dans les pas de sa tante en devenant actrice et en quittant ce comptoir où elle peut seulement admirer tout ce qu’elle veut devenir.

Le réalisateur crée un monde propre à ces personnages, un monde entre leurs rêves et la réalité. Pour cet effet, nous nous retrouvons souvent dans des endroits retro (comme un cinéma qui projette des anciens films ou tout simplement la chambre de Mia décorée avec des posters de l’âge d’or hollywoodien). Ces lieux sont nuancés par la réalité électrique et même parfois électronique de la ville des anges, représentée par quelques plans très rapides et la présence des smartphones attendant des appels pour des auditions.

Cette variation donne à l’œuvre une touche de modernité qui rend la comédie musicale moins effrayante pour un spectateur peu habitué aux productions classiques des années 30 à 50, mais elle garde aussi quelque chose pour ceux qui sont au contraire des grands fans du genre.

Ce qui peut gêner, ce sont tout de même les ellipses quelques fois précipitées, ces cadres qui coupent malheureusement certains pas de danse lors des numéros de groupe.

Au-delà de la mise en scène rafraîchissante et des références nostalgiques, la principale raison pour laquelle le film fascine reste son sujet principal : le rêve et sa mise en valeur. Damien Chazelle utilise la comédie musicale de la même façon dont elle est utilisée dans Chantons sous la pluie de Stanley Donen et Gene Kelly.

La présence de numéros extra-diégétiques où nous nous trouvons dans l’imaginaire des personnages au travers d’une chanson, atteint ce que beaucoup pensent que seule la science-fiction ou le fantastique peuvent : nous faire partir dans une autre dimension et nous ramener, un peu tristement, à la réalité.

Ce retour arrive lorsque les personnages se rendent compte qu’ils ne pourront pas arriver à leurs buts sans laisser tomber la principale chose qu’ils ont en commun.

Certes, La La Land montre que dans la vie il faut faire des sacrifices, cependant, il montre également qu’il faut bien rêver pour avoir quelque chose pour lequel cela vaut la peine de se sacrifier. Après tout, qui n’a jamais rêvé ? Ne sommes pas nous tous des idiots qui rêvent ?

Salma Romero, Gymnase français de Bienne, 17 ans
Salma Romero

Le distributeur Ascot Elite a offert des places à la TRIBUne des jeunes cinéphiles pour ce film.

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