Echos du Locarno Festival 2017 (16) En prendre plein les yeux grâce aux courts métrages ?

Locarno est, de par le cinéma qu’il propose mais aussi de par son fonctionnement, un festival très humain. En effet, contrairement au Festival de Cannes, par exemple, les festivaliers sont amenés très facilement à communiquer avec les réalisateurs. Mais ce qui fait surtout partie intégrante de l’âme de Locarno, ce sont ces films « d’un air nouveau »  participant aux multiples concours consacrés : Cineasti del presente (sélection de premiers ou deuxièmes longs-métrages de jeunes réalisateurs du monde entier), Pardi di domani (courts métrages d’auteurs n’ayant jamais tourné de longs métrages), Signs of Life (expérimentations dans le cinéma) ou encore Open Doors (films de cinématographiques émergentes).

S’il y a bien un domaine du cinéma où l’expérimentation est permise, c’est bien celui du court métrage. En effet, le format court permet une liberté bien plus vaste. Dans un court métrage, on peut se permettre une ambiance un peu lourde (supportable sur 5 minutes mais pas sur plus d’une heure) ou encore une image « sale ». En bref, le court métrage permet l’innovation, d’où l’intérêt encore plus important qu’on peut lui porter à Locarno.

Malheureusement cette année, la sélection paraissait se démarquer plus par le fond que la forme. Evidemment, certains sortent du lot, comme Wasteland no.1 : Ardent, Verdant de Jordie Mack ou encore Los perros de Amundsen de Rafael Ramírez qui n’ont reçu aucun prix, peut être en raison de leur complexité, les rendant difficilement compréhensibles. Mais à Locarno, on s’attend à en prendre plein les yeux à chaque fois et cette année la banalité semblait être un point commun de plusieurs courts métrages : Crossing River de Han Yumeng et Boomerang David Bouttin, dont l’image n’innove en aucun point, ou encore Negah de Farnoosh Samadi qui sait en peu de temps imposer une tension de par ses lumières et ses mouvements de caméra, mais qui là encore ne propose que du déjà vu (et revu). Même António e Catarina  (photo ci-dessus) de Cristina Hanes qui a reçu le Pardino d’oro, largement mérité, n’avait rien de visuellement exceptionnel.

Alors que les courts métrages sont des éléments clés des œuvres proposés à Locarno, ils n’étaient en globalité pas au niveau de ceux de l’année passée  ou encore des longs métrages de cette année. Finalement seul un petit nombre sortait du lot et la plupart semblait raconter des histoires futiles et de manière banale. A Locarno, on s’attend à voir des courts métrages comme jamais on en a vu et finalement plus de la moitié avaient un air de déjà vu. Néanmoins, le jury Pardi di domani a su récompenser ceux qui se démarquaient de par leur image, tel Armageddon 2 de Corey Hughes (lire notre article https://latjc.wordpress.com/2017/08/16/echos-du-locarno-festival-2017-7-armageddon-2-gros-plan-sur-le-zoom-numerique/ ) qui utilise à bon escient le zoom numérique et qui a reçu une mention spéciale.

Marco Labagnara

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Echos du Locarno Festival 2017 (15) Rifflesssione sul perché al Locarno Festival sono tutti strani

A volte ci si trova in situazioni fuori dalla norma, come in uno di quei film che si vedono nei cinema o in televisione. Ad esempio, se mai ci si dovesse trovare ad assistere a un inseguimento automobilistico o a un’urgenza medica, il primo pensiero sarebbe quello di essere in un film, quasi guardando la scena in terza persona.

Dopo qualche giorno di Festival questa bizzarra alterazione della sensazione descritta prima capita molto di frequente, perché qualsiasi azione quotidiana ricorda un film visto nelle sale di Locarno. Quando ti svegli la mattina e fai il caffè e poi all’improvviso succede che, niente, fai solo colazione o cammini per andare a prendere il treno ed effettivamente arrivi a prendere il treno. Oppure ancora quando senti uno scricchiolio per casa e poi scopri che non era altro che il vento. Con il loro modo, a volte poetico, altre volte puramente realistico, di raccontare la quotidianità, i film del festival ci mettono nella posizione di vedere la vita di tutti i giorni sul grande schermo e allo stesso tempo di rivivere le immagini di un film in tutti i nostri gesti quotidiani. Acquisendo, quasi senza rendercene conto, la capacità di fare un passo indietro, ammirare la sicurezza e la precisione di un gesto, ripetuto mille volte, e dei dettagli, altrimenti invisibili, nelle cose che ci circondano da sempre.

Quest’anno, come tutti gli anni, sono stati molti i film complici di questa sensazione e molti di questi sono stati premiati dalla giuria. Il vincitore del concorso internazionale, Mrs. Fang, pellicola del regista cinese Bing Wang, mostra in tempo reale la morte di un’anziana signora, mentre il vincitore dei cineasti, 3/4, film del regista bulgaro Ilian Metev (foto), racconta la quotidianità di una famiglia alla ricerca di equilibrio.

Se questa condizione dovesse persistere o ricorrere troppo sovente è consigliato un consulto medico oppure l’osservazione attenta di un qualsiasi telefilm, ma per la durata del Festival è giusto sentirsi strani e fuori dal mondo, seppur profondamente normali.

Laura Monte

 

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Echos du Locarno Festival 2017 (14) LE FORT DES FOUS – La follia di sentirsi innocenti

Algeria, fine Ottocento. Un gruppo di ragazzi intraprende un addestramento militare. I giovani si trovano all’interno di una grande casa. Sono coloni. Le azioni dei giovani, gli addestramenti, le lezioni, sono accompagnati da una musica che fa parte e allo stesso tempo non fa parte della scena: un ragazzo finge di suonare la tromba, ma la musica si sente davvero. Il ritmo della musica si allinea al passo dei personaggi. I discorsi sulla colonizzazione si sentono come un’eco. I ragazzi ballano abbracciati a manichini usati per simulare un’impiccagione. L’atmosfera è surreale, estranea, alienante. I coloni sono lontani dagli atti cruenti di cui sono complici e per tanto colpevoli. Atti che non solo non si vedono, ma di cui non si percepisce nemmeno l’esistenza. Le reclute non pronunciano una parola. Il comandante parla intonando discorsi che, come ci viene rivelato all’inizio della pellicola, sono tratti da resoconti di missioni militari di coloni francesi all’inizio del Diciannovesimo secolo o da Nicolas Sarkozy.

I coloni non posseggono alcuna individualità. I personaggi sono anonimi al punto che i coloni si confondono con gli indigeni.

In questa ambientazione folle, in questo luogo distante, i criminali sembrano innocenti e tali si sentono.

Ma sul finire di questa parte di film, ci viene mostrato qualcosa di nuovo. Rinunciare alla propria individualità, nascondere sé stessi all’interno di un gruppo grande e omogeneo, per potersi credere innocenti, è una colpa di per sé: non prendere alcuna posizione è una colpa più grande che prendere la posizione sbagliata.

Il film continua seguendo un altro gruppo di personaggi, probabilmente nostri contemporanei, che si trovano su una spiaggia desolata. Sono un gruppo eterogeneo di persone, parlano lingue diverse, hanno età diverse. La musica questa volta è chiaramente parte dell’ambiente: il gruppo, coinvolto, balla al ritmo della musica che impregna la scena. Questa volta le persone esprimono le loro opinioni sotto forma di brevi interviste. Malgrado ciò, è il gruppo come entità a prendere decisioni. L’atmosfera è surreale e si manifesta ora sotto forma di gioco. Una realtà in cui si fanno scelte, ma le conseguenze sono perlopiù irrilevanti una volta che il gioco finisce: le persone che sembrano morte a un certo punto deglutiscono. Alla fine della seconda parte questo aspetto viene reso più plateale attraverso una scena irreale quanto enigmatica: i personaggi si ritrovano ad applaudire loro stessi sugli spalti di una platea.

Inizia poi una terza e ultima parte che cambia radicalmente rispetto alle precedenti. Due personaggi esprimono le loro idee e opinioni riguardanti le rivolte avvenute in Grecia. Sono due interviste differenti, che non interferiscono l’una con l’altra, ma entrambe esprimono concetti simili: entrambi i personaggi vogliono una rivoluzione, anche una guerra se mai fosse necessaria.

Non c’è né musica né immagini particolari: questa terza parte è costituita unicamente da due interviste incentrate su due individui e sulle realtà che raccontano. Muniti della loro individualità, capaci di prendere posizione e di agire, questi ultimi due personaggi non possono nascondersi dietro a niente e di conseguenza sono pronti a prendersi le responsabilità di quanto detto e di quanto fatto. Colpevoli di qualsiasi cosa, ma non di innocenza.

Le fort des fous, opera della regista Narimane Mari, è sia un’esperienza cinematografica sia un intelligente viaggio diviso in tre parti, intento a esplorare il concetto di individualità e di quanto sia folle rinunciare a quest’ultima per l’innocenza.

Laura Monte

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Echos du Locarno Festival (13) Qing Ting zhi yan (DRAGONFLY EYES), de Yu Bing

Qing Ting zhi yan, ou Dragonfly Eyes de son titre anglais, doit son existence à la folle idée de l’artiste chinois Xu Bing : réaliser un long-métrage exclusivement à partir d’enregistrements de vidéosurveillance. Bien qu’ayant le projet depuis plusieurs années en tête, il fallait encore avoir accès à une collection suffisamment riche de ce type de vidéos afin d’en extraire les plans nécessaires au film. Par chance pour lui – mais certainement pour le plus grand malheur de beaucoup d’autres – le gouvernement chinois publia récemment sur internet une gigantesque quantité d’enregistrements de caméras de surveillance. Le contenu est pharaonique et de fait, avec suffisamment de patience, il est possible de trouver toutes les situation imaginables et au-delà : des familles qui fêtent un anniversaire, des hommes battus à mort lors de règlements de comptes, des demandes en mariage, des suicides, mais surtout d’innombrables scènes du quotidien, déclinées à l’infini.

Il ne restait plus à l’équipe du film qu’à chercher parmi ces échantillons de vie, et choisir ceux à intégrer au film. La démarche aurait pu être gratuite, ne jouer que sur le spectaculaire par exemple, mais Xu Bing parvient à la rendre utile au propos de telle sorte que, finalement, elle paraisse même indispensable. En effet, cette forme bien particulière apporte une telle profondeur à l’intrigue, qu’il devient inconcevable de les dissocier. Justement, l’intrigue est axée autour du personnage de Qing Ting, une jeune femme qui s’était vouée à devenir une nonne bouddhiste. Un jour néanmoins, elle décide d’abandonner sa destinée et de quitter le temple. Elle part habiter en ville et s’habitue tant bien que mal à sa nouvelle vie. Peu à peu, Qing Ting s’attache à Ke Fan, qui travaille, tout comme elle, dans une exploitation laitière. Alors qu’il essaye de plaire à Qing Ting, le jeune homme enfreint malencontreusement la loi et finit en prison. Une fois relâché, Ke Fan part à la recherche de la femme qu’il aime et découvre alors qu’elle s’est réinventé une nouvelle identité.

Le thème de l’identité représente justement le cœur du film, dont le principe permet de l’aborder sous un angle tout à fait intéressant. En effet, les personnages n’étant pas incarnés pas un seul acteur mais une foule de figures différentes, ils n’ont pas vraiment de visage. Le film saute par ailleurs sur l’occasion pour aborder le thème de la chirurgie esthétique et, plus généralement, du paraître.

La force de l’œuvre réside dans le fait que le réalisateur parvient à donner l’impression que les images sont celles de l’histoire, qu’elles n’existeraient pas autrement, tout en alimentant le scénario de ces dernières.

L’idée donne le vertige et la réalisation de Xu Bing est à la hauteur : de tous ces corps et actions dépersonnalisés, il parvient à tirer des émotions et les transmettre. Attention tout de même aux âmes sensibles, car ces émotions ont une ampleur toute particulière, inhérente au fait que le spectateur est conscient que ce qu’il voit est réalité : chaque mort, chaque baiser.

Luca Moessner

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Echos du Locarno Festival 2017 (12) 59 SECONDES – Moins d’une minute pour ébranler tout un pays

Bruno et Tiziana vivent un amour épanoui jusqu’à ce que Bruno doive rejoindre les Alpins (troupes de montagne de l’armée italienne) pendant un an. Loin des yeux, loin du cœur – lorsque Bruno sort en douce pour voir Tiziana, cette dernière le repousse, lassée de cette relation à distance. Quelques jours plus tard, survient un séisme (durant 59 secondes) de magnitude 6.4 sur l’échelle de Richter dans le Frioul, là où se déroule l’histoire. Le tremblement de terre fait plusieurs centaines de morts et encore plus de blessés. Bruno, coincé sous les débris du baraquement militaire, s’en sort avec peu de séquelles grâce à ses camarades. Une fois soigné, Bruno retourne en ville et retrouve par hasard Tiziana qui le croyait mort : c’est ainsi que leur amour renaît, plus fort que jamais.

Ce court-métrage animé nous offre un récit plutôt simple et niais, voire même sans intérêt mais qui reste avant tout une belle histoire. Cette faiblesse scénaristique est due au fait que le film conte l’amour des parents de Mauro Carraro, le réalisateur en personne, transformant donc ce défaut en qualité et rendant cette aventure encore plus touchante. De plus, ce séisme a réellement eu lieu en 1976, au nord de l’Italie, et fit presque mille morts. Ce cataclysme affecta toute l’Italie et donna une impulsion à la création d’une protection civile.

La réelle force du court métrage réside dans le dessin et surtout dans son animation plus qu’audacieuse. Par exemple, le tremblement de terre est personnifié par un âne géant courant dans les villages et causant donc la catastrophe. L’âne, symbole du corps des Alpins, représente non seulement le mal à l’origine de la séparation de Bruno et Tiziana mais aussi celui qui toucha toute la région du Frioul. De plus, le séisme touchant plusieurs milliers de personnes, il est montré dans le film, telle une synecdoque, par le tremblement de tiroirs ou d’armoires, affectant donc le quotidien tout en mélangeant les réalités (la caserne est ainsi dessinée dans le tiroir tremblant).

Jouant avec l’image, 59 Secondes nous emmène dans un onirisme bien particulier. Un régal pour les yeux, il sait fasciner le spectateur qui se laisse prendre au jeu de cette tendre histoire d’amour. Ce court-métrage a gagné un Pardo d’argent dans le concours national, un prix largement mérité au vu de la qualité de ce dernier.

Marco Labagnara

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Echos du Locarno Festival 2017 (11) GEMINI d’Aaron Katz – Crime à double tranchant

Heather, interprétée par Zoë Kravitz, est une jeune étoile montante d’Hollywood. Oppressée par les paparazzis et par ses fans, elle doit cacher sa rupture avec son ex-copain, Devin, auquel elle a préféré Tracy. Suivie en permanence par Stan, un paparazzi un peu trop importun, harcelée par ses fans, Heather décide de refuser un rôle pour prendre un peu de repos, cela au désagrément de Greg, le réalisateur du film dans lequel elle devait jouer. Heather, angoissée en permanence par les regards étrangers, demande un soir à Jill, son assistante personnelle, de lui prêter le revolver qu’elle cache chez elle. Le lendemain matin, Heather est retrouvée morte : une enquête judiciaire est donc ouverte afin de trouver le criminel. Gemini, réalisé par Aaron Katz, suit Jill présumée coupable par la police et qui tente de fuir pour mener ses propres investigations. Mais avec autant de personnes qui ont des raisons de haïr Heather, la recherche du véritable meurtrier est semée d’embûches que Jill doit surmonter pour découvrir, finalement la vérité.

Aaron Katz, ayant déménagé à Los Angeles il y a quelques années, confiait lors d’une interview vouloir écrire un film s’y déroulant, justifiant donc la première scène du film : les palmiers hollywoodiens défilant, filmés en contre-plongée sur un fond de ciel crépusculaire ; la caméra redescend ensuite et nous offre une vue sur cette route bordée d’arbres. On comprend que le film porte sur un chemin à parcourir et tiendra un propos sur Hollywood, abordant le thème de la superficialité de la vie d’actrice.

Toujours dans cette envie de montrer Los Angeles, l’image du film est sur-travaillée, offrant donc un vrai spectacle visuel. Mais nous sommes en droit de nous demander si une esthétique aussi complexe est réellement justifiée. Cette esthétique ambitieuse reflète le thème du film. La beauté de ces images peut-être vides de sens rappelle la vacuité et la superficialité de la vie de Heather : cette vie de star où seul le paraître a de l’importance. Toujours dans la même lignée, Aaron Katz n’a pas hésité à jouer avec les miroirs dans lesquels seul le reflet est montré. Le film, se voulant à suspense, est plutôt sombre, faisant donc écho à Jill, le personnage que l’on suit tout du long, et qui est en permanence dans l’ombre de Heather. Néanmoins, ce suspense a de la peine à s’imposer, cela est dû à une trame narrative un peu faible. En effet, les multiples facilités scénaristiques, telle que la rencontre hasardeuse de Jill avec Devin, alors que cette dernière le cherchait, donnent l’impression d’un scénario artificiel. De plus, une fois la vérité dévoilée, le film se termine un peu vite, donnant l’impression d’une fin futile et vide, mais il s’agit peut-être d’un effet voulu par le réalisateur pour rappeler la vie de Heather, qui, jusqu’au bout, sera frivole, ce qui apporte encore plus de cohérence à l’œuvre.

Gemini est donc un film qui se laisse voir et sait surprendre par son dénouement tout du moins inattendu. Agréable et travaillée, son image nous emporte dans ce film noir hollywoodien présenté à Locarno dans le concours international.

Marco Labagnara 

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Echos du Locarno Festival 2017 (10) – CHIEN, de Samuel Benchetrit – Un film qui en a

Annoncé sur la Piazza Grande par le réalisateur Samuel Benchetrit comme un film sombre à prendre au second degré, Chien, adapté d’un roman homonyme du réalisateur, répond certainement à ces promesses, à en jugeant par les rires qui ont fusé sur la Piazza Grande dès la première scène.

Le film commence lorsque Jacques, interprété par Vincent Macaigne, doit quitter sa maison familiale lorsque sa femme, froide bourgeoise jouée par Vanessa Paradis, lui annonce souffrir d’une maladie de peau très rare dont la cause est la présence de ce dernier. Avant que Jacques ne parte, son fils lui avoue souhaiter adopter un chien, marquant le début d’une sombre et misérable quête, cherchant « une caresse parmi les coups », comme le disait si bien Carlo Chatrian. L’élément déclencheur de l’absurdité qui règne dans tout le film survient au début : Jacques décide d’aller acheter un chien à son fils et le chien finit par se faire violemment écraser par un bus quelques minutes plus tard, restant collé au bitume.

Ubuesque, ce sixième long-métrage du réalisateur présente une énorme violence teintée d’absurdité. Cette violence dépasse d’ailleurs les limites de ce qu’on a l’habitude de voir au cinéma, spécifiquement dans le cinéma français. Le film aborde également les thèmes de l’animalité et du rapport entre hommes et animaux et surtout, de ce qui fait qu’un homme n’est pas un animal. Jacques représente l’idiot au grand cœur qui se fait écraser par le monde, comme son chien se fait écraser par un bus. Il cherche, tout au long du film, à se faire aimer et est d’ailleurs prêt à se soumettre et à s’humilier pour cela, mais ne reçoit que de la violence mentale et physique.

Chien est un film poignant, qui va jusqu’au bout de ses propositions et qui n’hésite pas à choquer ses spectateurs afin de faire passer son message. Un film qui rappelle qu’il faut encourager la diversité et la prise de risques au cinéma, autant dans les genres présentés lors de festivals que dans leur façon d’aborder des sujets troublants.

Fiona Prieur, Marco Labagnara

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