Trois jours à Cannes

Etudiante à l’Université de Lausanne, Océane Wannaz a eu le privilège d’être retenue dans le cadre de l’opération “Trois jours à Cannes“, qui cible les 18-28 ans. Elle nous a fait l’amitié de témoigner de son passage dans le plus grand festival de cinéma au monde par les lignes qui suivent. Qu’elle en soit remerciée !

Trois jours à Cannes

Sur le tapis rouge, les comédiennes et autrices du livre « noire n’est pas mon métier » dansent sur Diamonds de Rihanna. Émouvante référence au film de Céline Sciamma Bande de Filles, qui a révélé deux d’entre elles. La presse agitée fait crépiter les flashs de ses appareils, tandis qu’une foule de spectateurs entassés derrière les barrières observent ce spectacle, à la fois curieux et fascinés à l’idée de voir l’histoire politique du cinéma s’écrire devant leurs yeux. De loin, sous notre parapluie, nous rejoignons ce dispositif étrange fait d’escalier symboliques et de regards au pouvoir glorifiant.

Avec mon ami Julien, nous sommes à Cannes depuis ce matin. Nous avons déjà eu le temps de nous perdre au marché du film, de repérer quelques bons cafés et restaurants. Notre première soirée se termine sur la plage, devant la projection de Grease en présence de John Travolta. L’audience chante en cœur les célèbres musiques du film. L’ambiance est animée. Un début de festival en extérieur avant d’avoir accès à notre passe qui nous maintiendra (presque) enfermés dans des salles de cinéma le reste de la semaine.

Dès le lendemain, nous rejoignons les rangs des 1’500 autres jeunes (18-28 ans) qui, comme nous, ont envoyé une lettre de motivation avant d’être accrédités. Le festival a prévu un programme spécial pour les détenteurs de notre passe : pendant trois jours, les trois salles du cinéma les Arcades projetteront en continu des films de la sélection officielle. Commence alors un véritable marathon pour pouvoir rattraper les films déjà diffusés. À peine nous voilà sortis d’une projection, que nous devons déjà nous placer dans une file d’attente pour espérer voir la suivante.

Nous profitons des moments de transition pour nous détendre et échanger sur les films visionnés, à deux ou avec des inconnu.e.s qui partagent la même passion que nous. Nous rencontrons une étudiante américaine férue de théorie du cinéma, mais aussi une admiratrice de Godard prête à défier la sécurité pour entrer dans la salle pleine du Livre d’image.

Les séances s’enchaînent, et parmi elles, quelques-unes qui marquent plus profondément l’esprit que d’autres, les magnifiques Rafiki de Wanuri Kahiu et Girl de Lukas Dhont en tête. L’équipe du film A genoux les gars d’Antoine Desrosières, notre dernier coup de cœur, nous fera même la surprise de venir discuter avec nous à l’issu de la projection.

Notre badge nous donne également accès à la salle du Grand Théâtre Lumière. Parmi les différentes séances auxquelles nous nous étions inscrits, seules deux nous seront validées (celle du très réussi Dogman de Matteo Garrone, et du très décevant Un couteau dans le cœur de Yann Gonzalez). Nos invitations en poche, parés de nos tenues de soirée, nous gravissons avec émotion les fameuses marches du Palais. Quelques marches inspirantes qui nous rapprochent un peu plus de celles et ceux qui font le cinéma d’aujourd’hui. L’espace d’un instant notre pensée s’évade dans les hauteurs, avant d’être rappelée à l’ordre : il faut avancer, se diriger vers la salle. Le film va bientôt commencer.

Océane Wannaz

 

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Et si un des critiques au Locarno Festival, c’était vous ?

Piazza Grande

Comme l’an dernier, la TRIBUne des jeunes cinéphiles prévoit de confier à 3 étudiant-e-s de moins de 25 ans le soin de couvrir le Locarno Festival (du 1er au 11 août 2018). Munis d’une accréditation “presse”, coachés par les responsables de notre antenne tessinoise, vous arpentez les différentes sections du festival, vous multipliez les projections et vous livrez au moins 5 articles qui seront publiés sur ce blog (après modération).

Intéressé-e ? Merci de nous écrire en un paragraphe ce que représente pour vous le cinéma en général et le Festival de Locarno en particulier. A vous de jouer !

Consultez les textes écrits l’an dernier par nos jeunes critiques !

PS : Si le pass du festival vous est offert, il vous appartient de trouver une solution pour l’hébergement sur place.

 

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Isle of dogs, di Wes Anderson – Chi siamo e chi vogliamo essere ?

Un cartone animato che lascia sicuramente il segno.

Dieci secoli fa, prima dell’età dell’obbedienza, i cani vagavano in profonda libertà. Ora invece, a causa dell’influenza canina, l’isola della spazzatura è diventa colonia di esilio per tutte le razze canine. Sconfitti i cani e mandati in quarantena, questa è la soluzione. Ma è giusto domandarsi che cosa è successo a quello che era il migliore amico dell’uomo. È stato dimenticato per sempre?
La deportazione di massa dei cani prosegue senza sosta e quella che era un’influenza si trasforma in pandemia. Ormai tutti i cani senza padrone sono diventati di un’aggressività estrema, malati e affamati. Ma tutti ignorano il fatto che la dog flu può essere curata. Finalmente, un giovane pilota di Megasaki, nipote del grande dittatore della città, atterra volontariamente sull’isola della spazzatura, ormai luogo desolato, alla ricerca del suo cane Spott.

Isle of dogs è un film metaforico che tratta diverse tematiche e ci presenta un mondo futuristico che purtroppo presenta problemi ancora attuali. Tra questi problemi vi è per esempio la teoria del complotto, come nel caso del presidente della farmaceutica che, segretamente, ha introdotto larve e pulci infette nella città per creare un’epidemia senza precedenti tra gli animali. Un generale e comandante speciale municipale che ha gestito la deportazione di oltre 700 mila animali, e creato nuove armi. Inoltre, ha eliminato e messo fine alla saturazione attraverso la corruzione, plagiando cervelli e alimentando la paura.
Tra gli oggetti chiave troviamo anche il Daily Manifesto: l’editore Irosci riferisce dell’arresto del candidato del partito della scienza e porta alla luce l’omicidio dello scienziato avvelenato da Tedeno attraverso il cibo. Questo giornale mostra anche come è stata volutamente fatta propaganda contro i propri cittadini e gli animali domestici. Nello stesso modo la Kobayashi animal testing ha inventato la dogs flu.
Un popolo tradito e ingannato che grazie all’aiuto del pupillo della casa del sindaco Hatai riesce ad annullare il decreto dell’isola della spazzatura e pone fine alla corruzione politica.

Chi siamo noi e chi vogliamo essere?

Un film d’animazione in stop motion che fa riflettere sulla società corrotta in cui viviamo.

Amore, natura, amicizia tra i temi di questo cartone animato.

Stefano, Carvalho França, 19 anni, Scuola Cantonale di Commercio

 

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Isle of dogs, di Wes Anderson – Il film di Wes Anderson per eccellenza

La saturazione canina ha raggiunto proporzioni epidemiche. Un focolaio di febbre canina squarcia la città di Megasaki. Gli animali infetti, vermi, zecche e pidocchi infestano la città. L’influenza canina minaccia di attraversare la soglia della specie e di entrare nel bacino delle malattie umane.

(Prime parole tratte dal film di Wes Anderson)

In un futuro distopico, i cani portano con loro una malattia che presto diverrà trasmissibile anche all’uomo. Per debellare questa apparente epidemia, il sindaco Kobayashi decide di relegare tutti i cani sull’isola dei rifiuti poco fuori dalla città.

Centinaia di migliaia di cani abbandonati sull’Isola dei Rifiuti e un bambino rivoluzionario contro lo zio adottivo più potente del Giappone. Questa la prima divisione che dà il via alla nostra storia.

Una storia che Wes Anderson decide di portare con la tecnica dello stop-motion, già utilizzata in precedenza (Fantastic Mr. Fox, 2009) e decisamente vincente per la perfezione del suo stile.

Il cinema di Wes, sin dalle prime opere, tende alla perfezione, alla simmetria, ai primi piani dettagliatissimi e alle scenografie super curate. Questo film raggiunge questo obbiettivo nel migliore dei modi: quei movimenti di camera improvvisi a zoomare sull’azione, quelle soggettive sforzate per accentuare uno sguardo, quell’ironia delicata che si adagia nella storia senza distogliere la concentrazione dalla profonda drammaticità.

Per la seconda volta in un film di Anderson sentiamo gli animali parlare, ma non ci sentiamo estraniati da questa scelta, quasi ci venisse normare ascoltare un cane che si lamenta del suo stile di vita o un gufo che porta le notizie dalla città. È proprio questa leggerezza che ci tiene incollati alla storia senza destabilizzarci e senza farci notare che in effetti nella nostra realtà gli animali non sono comprensibili.

Wes Anderson inserisce anche qui, come in gran parte dei suoi film, delle piccole frecciatine politiche che si intrecciano nella storia. Per esempio il Pulsante Rosso del sindaco Kobayashi che farebbe morire l’intera razza canina sull’isola dei rifiuti. Quel pulsante rosso che già noi tutti conosciamo, quello che da un momento Donald Trump potrebbe schiacciare e scatenare così un conflitto mondiale senza precedenti.

Oltre agli inserti politici, Wes Anderson ci tiene a inserire anche qualche nota filosofica ad arricchire la sceneggiatura. Questo road-movie di maturazione, di cambiamento, di ricerca, infatti, ci pone, discretamente, davanti a domande esistenziali. Mi viene in mente la frase “Chi siamo noi, e chi vogliamo essere” che si presenta in mezzo al film. Una domanda che tutti noi, prima o poi, ci siamo posti. Anderson ce la presenta cercando di fare rispondere le sue marionette, ma siamo in realtà poi noi che ci rifaremo la domanda, siamo noi quelli che dovranno rispondere, i veri interlocutori di queste domande.

Isola dei cani è altro film che si va a collocare nella lista di produzioni perfette di Wes Anderson, un altro stop-motion che si rivela essere, ancora una volta, la tecnica azzeccata per la sua tipologia di messa in scena.

Una storia di amicizia, di fiducia e grande coraggio intrecciata alla nostra quotidianità, ai problemi di una società prossima del nostro mondo moderno. Una storia insomma, a tutti gli effetti, di WES ANDERSON.

Edoardo Nerboni, 20 anni, CISA (Conservatorio Internazionale di Scienze Audiovisive)

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Isle of dogs, di Wes Anderson – Un film perfetto come il regista?

Wes Anderson, regista conosciuto per Grand Budapest Hotel, torna con il suo secondo film d’animazione: L’isola dei cani, girato interamente con la tecnica dello stop-motion.

Wes Anderson probabilmente è uno dei pochi registi attuali che abbia un senso estetico perfetto nel rappresentare una storia. Anche questa volta ce l’ha fatta?

Il film, ambientato in un futuro distopico, narra di una influenza canina che obbliga il sindaco della città di Megasaki, in Giappone, a mettere in quarantena tutti i cani del paese, segregandoli su un’isola ricoperta di spazzatura.

La vera trama inizia quando un piccolo ragazzino, di dodici anni, nipote del sindaco, approda sull’isola per cercare il suo cane Spots. Seguiranno varie peripezie per via dell’amicizia he si crea tra il protagonista e alcuni cani dell’isola.

Ma andiamo oltre alla trama e alle immagini del film, infatti questo lungometraggio va oltre a ciò che racconta a un primo livello.

A livello tecnico, L’isola dei cani è perfetto in ogni inquadratura, ma la cosa interessante sono le tematiche che il regista ha voluto affrontare.

Infatti possiamo trovare alcune tematiche ricorrenti nella poetica di Anderson. La prima riguarda le dinamiche famigliari complicate: gli adulti non riescono a capire mentre i bambini sì. Ma la tematica centrale è sicuramente quella della tolleranza e della discriminazione.

Quest’ultima tematica si può notare benissimo grazie al personaggio del sindaco. Durante la vicenda si comporta come un dittatore e si inventa delle notizie false per prendersela con delle minoranze. Quando si scopre una cura per la malattia, contratta dai cani, il “dittatore” arriva fino al punto di compiere degli omicidi per insabbiare il tutto e continuare con la repressione contro i poveri animali.

Per quanto riguarda l’ambientazione, il film cade in un piccolo errore per quanto la lingua parlata dai personaggi. Infatti gli abitanti di Megasaki parlano il giapponese e chi guarda il film non capisce i dialoghi. Però i cani e gli occidentali parlano l’inglese e questo fattore ci fa estraniare dal film. Questo succede perché non riuscendo a capire tutti i dialoghi, tranne quando c’è la traduzione simultanea nei discorsi più importanti, non possiamo capire in pieno il film. Questo discorso vale anche per i cani che parlano inglese e gli umani in giapponese e nonostante ciò riescono a capirsi. Il regista poteva risolvere questo problema lasciando il film in giapponese con i sottotitoli in inglese.

In conclusione, consiglio la visione di questo film, anche se a mio avviso non è il miglior lavoro del regista.

Dico questo perché la trama a volte può annoiare per lo svolgimento monotono ma presenta un’ironia che riesce a spezzare il ritmo e farti dimenticare la situazione drammatica che stanno vivendo i cani.

In ogni caso, per chi vuole rifarsi gli occhi per delle immagini impeccabili, questo è il film adatto.

Antonio Lo Porto, 19 anni, Commerciali Chiasso

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Isle of dogs, di Wes Anderson – Un film per cani

“Isle of dogs” è un film che mescola commedia, dramma e amore. Film del 2018, realizzato in stop motion, è diretto da Wes Anderson, regista che ha diretto altri film tra cui “The grand Budapest hotel”. Se si ha già avuto l’occasione di vedere quest’ultimo, si può già intuire lo stile di “Isle of dogs”.

La trama narra di una città in Giappone che loda i gatti e comincia a disprezzare i cani, poiché troppi e malati di un virus canino. Il tirannico presidente della città decide di esportare tutti i cani in un’isola adibita a discarica, al largo delle coste del Giappone usando anche maniere forti e corruzione. Un giorno però il nipote del presidente decide di riprendersi il suo cane dal quale è stato separato, andando in missione segreta sull’isola. Insieme ad altri cani e contro i volere dello zio ritrova il suo cane. Il sindaco furioso decide di sterminare tutti i quadrupedi, ma il ragazzo insieme ad altri cani e un gruppo di studenti contro al sistema riesce a fermare lo sterminio e, grazie ad uno scienziato che trova la formula per curare l’influenza canina, tutti i cani vengono guariti e tornano nella città dai propri padroni.

Il film è dedicato ai cani, in particolare al rapporto cane-padrone. All’inizio del film compare la precisazione che i dialoghi degli umani sono tradotti per renderli comprensibili. Perciò il film si segue dal punto di vista dei cani: questi parlano italiano, solo alcuni ordini degli umani sono in italiano (i classici ordini come: “prendi il bastone” e “seduto”). Spesso c’è proprio una traduttrice simultanea che traduce per lo spettatore in sala i comunicati del sindaco. “Isle of dog” è come se fosse un film per cani, un documentario sulla storia della razza canina in quella città giapponese.

Il lungometraggio è realizzato in stop-motion il che rende tutto molto più artistico e vivo: i luoghi e i personaggi creati, tecnicamente parlando, sono molto ben pensati, inoltre l’aspetto fisico dei personaggi è caricaturale ed è il riflesso del loro carattere. I protagonisti, i cani che aiutano il ragazzino e quest’ultimo, hanno tutti una storia e una personalità propria. Come succede spesso, il personaggio, in questo caso un cane, che sembra di ferro si mostra invece il più sensibile ed è colui che aiuta maggiormente il protagonista. La storia di base non è speciale, ma lo stop-motion, i personaggi (esteticamente parlando) e la comicità rendono questo lungometraggio unico nel suo genere.

In fine ho notato una particolarità a proposito del bambino che arriva sull’isola dei cani: il bambino viene chiamato il “piccolo pilota” e si schianta con un aereo sull’isola. Non ho potuto non pensare al “Piccolo principe”: entrambi sono piloti e si schiantano, cercano qualcosa, viaggiano in diversi luoghi ed infine entrambi sono definiti attraverso l’aggettivo “piccolo”. Inoltre, il film è messo in moto da un bambino. E ha un dolce lieto fine che ad un pubblico infantile piace sempre. Come il libro, questo film insegna cose a piccoli e a grandi, a seconda dell’ottica in cui lo si guarda.

“Isle of dogs” è un film da vedere, ci insegna che anche i cani hanno sentimenti e storie. Ci ricorda cosa significa essere bambini e credere in ciò che si vuole, come in questo caso il bambino che vuole indietro il suo cane, affronta un’avventura immensa contro il volere dello zio e del popolo giapponese. Il tutto è affrontato con una nota di comicità che rende il film adatto a tutte le età.

Leonardo, 20 anni

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Isle of dogs, di Wes Anderson – Lies of men

L’isola dei cani è un film d’animazione in stop motion ambientato in una distopica città del Giappone: Megasaki.

In questa città a detenere il potere è Kobayashi, un populista che diffonde terrore e utilizza qualsiasi strumento di propaganda al fine di ottenere consenso politico.

Kobayashi firma un decreto che mira a isolare tutti i cani del paese e a esportarli su un’isola di rifiuti, al fine di combattere l’epidemia di influenza canina da tempo radicata sul territorio giapponese. Per quanto lo scienziato Watanabe dica di poter creare un antidoto contro questa epidemia, a sostenerlo è solo un’esigua parte della popolazione, composta prevalentemente da giovani studenti, che combatte per i diritti del migliore amico dell’uomo.

La storia si sviluppa a partire dalla deportazione del primo cane sull’isola; lo sfortunato è Spots, che apparteneva al nipote adottivo del sindaco (Atari). Il ragazzo, a bordo di un aeroplano rubato, parte alla ricerca del suo cane sull’isola dei rifiuti e, con l’aiuto di nuovi amici, riuscirà a ritrovare il povero Spots.

Mentre Atari è sull’isola, lo scienziato Watanabe riesce a creare l’antidoto contro l’influenza, ma viene presto avvelenato dai sicari di Kobayashi.

Atari, tornato in città con Spots e tanti altri cani incontrati sull’isola, riesce, grazie all’aiuto di un gruppo studentesco, a smascherare l’abominevole politica repressiva dello zio e a comunicare alla città di aver trovato l’antidoto.

Ho particolarmente apprezzato la semplicità con la quale Anderson è riuscito a trattare argomenti forti e attuali, relativi alla paura del diverso, alla propaganda e al terrore concepiti come strumento per raggiungere qualsiasi scopo, senza essere minimamente perentorio e moralista. La rappresentazione della razza canina come razza malata da allontanare (in attesa dello sterminio, ovviamente) fa riflettere su quanto la paura spinge l’uomo a comportarsi senza alcuna morale e a considerare i propri simili come un pericolo da gestire.

Il personaggio che più ho apprezzato è la studentessa americana Tracy: una giovane che svolge un importante lavoro di documentazione sul sindaco e che sarà tra le prime a sospettare di lui per quanto riguarda l’assassinio dello scienziato, ricordando così che spesso le teorie “complottiste”, che in un primo momento possono sembrare infondate o irreali, si rivelano essere un’ottima cronaca della realtà dei fatti.

L’opera di Anderson mira a far riflettere sulle ingiustizie sociali e ci spinge ad agire e a non accettare le strategie politiche che strumentalizzano le paure umane per creare un continuo stato d’allerta e di terrore.

Milo Cavadini, Liceo cantonale di Mendrisio, 19 anni

 

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